Arti visive - 57. Biennale di Venezia

30/08/2017

Un’arte viva in dialogo con la morte

Appunti sulla cinquantasettesima biennale d’arte di Venezia

Dal 10 al 12 maggio si è svolta la 57ma edizione della Biennale d’arte di Venezia curata quest’anno da Christine Macel, dal titolo Viva arte viva, con 120 artisti partecipanti, provenienti da 51 paesi, tre dei quali, Antiguae Barbuda, Kiribati e Nigeria, presenti per la prima volta all’esposizione.

 

Nel corso di un’intervista, presentando la mostra, la Macel aveva detto che gli artisti “hanno una responsabilità: possono intuire, meglio di altri, la direzione che prende il mondo. Per questo il loro ruolo deve essere centrale». Il viaggio espositivo vuole essere “un percorso diviso in nove padiglioni connotati per temi per chiamare lo spettatore " ad attraversare un'esperienza”.

 

Nelle intenzioni della curatrice “l’attenzione verso i giovani artisti insieme alla riscoperta di quelli scomparsi troppo presto dalla scena o ancora misconosciuti”, al centro la nozione di un nuovo umanesimo giacché “l’arte di oggi di fronte ai conflitti e ai sussulti del mondo testimonia la parte più preziosa dell’umano in un momento in cui l’umanesimo è in serio pericolo. È il luogo per eccellenza della riflessione, dell’espressione individuale e della libertà è un sì alla vita»

E certo dal complesso della mostra, dalla vera e propria ressa di proposte tenute insieme dalla riflessione sull’identità dell’artista e del suo rapporto con la storia e col presente nella storia, quelle che emergono con più freschezza e forza emozionale sono le opere della generazione degli artisti nati negli anni Settanta a partire dal

concerto cacofonico di Dawn Kasper (1977)

dawn

che accompagna la dialogica installazione performativa di Olafour Eliasson (1967)

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nella ricostruzione del laboratorio dove la presenza di etnie diverse, impegnate  in una contemporanea bottega  dell’arte, alludono alla molteplicità delle suggestioni che intervengono nella creazione, alla splendida videoinstallazione di Sebastian Diaz Morales (1975) - l’interazione, tema costante nella parte più coinvolgente del padiglione centrale, è faticosa emersione dell’identità dalle costrizioni del sogno e dell’inconscio, al cupo transito della memoria della straordinaria  Anne Imhof (1975) che ci trascina, in un opaco passaggio di specchi, nell’evocazione dei campi di sterminio.

Fra i padiglioni di più grande impatto quello della Russia con le installazioni di Grisha Bruskin (1945),

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potente rielaborazione dalle ferite e lacerazioni del recente passato russo, con disseminazione, video e materica di pezzi di manichini umani,

quello degli Stati Uniti in cui l’enorme ventre di Mark Bradford (1961) inquieta come per un  parto di cui presentiamo il pericolo, quello della Corea  con la rosea decomposizione umana di Cody Choi (1961),

Vajiko Chachkhiani della Georgia, con la casa sopravvissuta in cui scorre la pioggia,

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dell’artista kosovaro Sislei Xhafa (1970), quello della Cina con l’incubazione, in tre prospettive, di un viaggio per mare di cui ignoriamo la destinazione.

Se l’arte è viva, così la vuole presentare l’ultima biennale,  ed in continua connessione col passato e col presente, con la società e con l’identità artistica, essa, in più di un caso, qui costantemente ci riporta all’angoscia di morte – della cultura, del mondo, al pericolo della fine – dell’arte stessa e della civiltà così come finora l’abbiamo conosciuta.

Il padiglione Italia, nella più riuscita delle tre installazioni, quella di Roberto Cuoghi (1973), offre al visitatore, più degli altri, la sua incombenza: mortifero è il percorso della creazione, il laboratorio fattore di mummie e di corpi sezionati - quanto distante dalla gioiosa performance di Eliasson globalmente protesa verso l’incontro ed il futuro e

dalla vivace tessitura – ragnatela di Lee Mingwai,

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la bottega dell’arte ripiegata su se stessa attraversa a ritroso il tunnel della fine.

Volendo porre al centro la vitalità dell’arte, nell’affollamento ideativo, si giunge a far percepire, nei momenti emozionalmente più forti, quanto sia grande l’angoscia dell’umanità nel nuovo millennio del quale non si riescono ancora ad intravvedere coordinate, vie da percorrere e rinascenze.

Cetta Petrollo

Milleitalie > Anno VII - numero 3-4