Libri - Non eravamo amici

28/04/2017

La porta secondaria di Carlo Bay

 

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Esistono in scrittura, soprattutto nella scrittura poetica, porte principali – padronali verrebbe il caso di dire – e porte secondarie, servitù di passaggio nascoste e trascurate per la loro scarsa visibilità e percorribilità.

Si sa che, in genere, vengono preferite strade sicure, quelle già percorse da altri, che danno più certo affidamento, porte attraversando le quali si è sicuri di essere riconosciuti e salutati e annunciati e introdotti nel salotto buono che non è detto sia salone nobiliare, magari è solo un loft travestito da comune  o un tinello sopravvissuto alle sfide degli anni Settanta e successive disillusioni .

Il coraggio della porta secondaria non è da tutti, occorre,  per avventurarvisi, raccogliere le parole scartate,  oggetti d’uso comune che non risiedono nelle librerie e nelle recenti storie letterarie, ripristinare antiche procedure che prevedono molto spazio bianco intorno alle parole  ed un meravigliato  bucato dei sentimenti che non bada a nient’altro che a porsi ai margini della propria oscurità.

Entrando dalla porta secondaria le poesie di questo ultimo Non eravamo amici, che segue le precedenti raccolte di Carlo BayIl pensiero è compagnia ( 2006) e Il canto ininterrotto ( 2015) non riescono a farsi catalogare e nominare nella nomenclatura delle tendenze poetiche contemporanee. Esse non sono prevedibili e virano, di verso in verso, in territori inesplorati con l’audacia dell’andar lontano verso la meta , apparentemente prossima e vicina, degli aneddoti biografici, delle relazioni sospese e indefinite, dei mali supposti e dichiarati.

Carlo, traduttore finissimo di Edward Morgan Forster e di Henry Green, narra con prepotenza le sue storie – riduttivo definire amorose  - le narra aggredendole alla radice con partenze che tolgono il fiato per la loro immediatezza e agganciano subito al centro dell’emozione linguistica : “ Mi piace/lo confesso/ il tuo sorriso./ Mi piace /più di quanto / io non / dica.” snodandosi in lunghi nastri di contenuta disperazione verso i territori dell’angoscia quotidiana esposti nei gesti del vivere : “Non ha/ solo uno strato/ il male/ di cui soffro./ Di strati / ne ha diversi,/ il male/ è complicato.”

La porta secondaria allora diviene l’orgoglio della dimensione altra, dell’autore che scommette sulla centralità della propria scrittura e della propria esperienza senza guardare ad altro se non all’ineludibile sorte di ogni umano percorso: “ accoglienza e rifiuto/ è il ritmo della vita/ me lo conferma il fatto/ che alla luce /segue il buio /alla nascita/ la morte/ accoglienza e rifiuto/ è nei due casi/ un riassunto della vita”

 Cetta Petrollo

 Carlo Bay, Non eravamo amici, Roma, Europa edizioni, 2016

Milleitalie > Anno VII - numero 2