Libri - Malanotte

28/04/2017

 

Lo sguardo obliquo della notte

 

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Il racconto che ispira il titolo di questa raccolta, terza pubblicazione di Marilina Giaquinta, dopo le poesie de Il passo svelto dell'amore e le prose dell’Amore non sta in piedi, è il penultimo del libro, narrazione in prima persona, come tutte le altre storie del resto - i protagonisti si raccontano - del delirio assassino di uno schizofrenico che parla e osserva, attraverso le parole della madre che intuiamo assassinata, la sua propria “ malanotte” : “ sta furia che ti porti inficcata come una lama e non s’acqueta mai, non s’ammansa, non s’azzitta, non s’appacia, che la tua è una malanotte, sempre, anche quando t’addormi accanto a me e io t’alliscio la testa come facevo quando eri picciriddy e allora ti calava subito il sonno” .

Della devianza, della malattia del protagonista, come delle altre situazioni estreme che ci vengono narrate in tutti i capitoli di questo libro, non ci rendiamo conto fino alla conclusione, la bugia del vivere coincide con quella della scrittura che lo mima e noi, immersi in essa, vi coincidiamo fino a che l’improvvisa rottura   del ritmo narrativo ed il cambio, quasi impercettibile di prospettiva, ci conduce dalla logica dell’immaginazione alla logica della normalità.

Lo scarto è sempre millimetrico e serve a sottolineare in ogni luogo del testo – se mai ce ne fossimo scordati -  quanto  il confine fra malattia e salute, fra miseria e ricchezza, onestà e delinquenza, male e bene, sia estremamente permeabile e indefinito e quanto questa permeabilità si sia fatta, nel nostro ventunesimo secolo, con un fortissimo balzo all’indietro verso secoli più miserabili, molto più importante  di quanto avessimo mai  sperimentato nella nostra magnifica seconda metà del Novecento.

Così nelle pagine di Malanotte si susseguono, fra gli altri,  come protagonisti, un anaffettivo domestico orientale (Invisibile) , un imbianchino emarginato (Imbianchino) , il nord africano senza permesso (Vetri), un povero alla ricerca di cibo ( Rifiuti), una puttana ( Foglie) , un bambino autistico (Scemo), una casalinga alienata (La gatta). Dietro di loro si svelano, per millimetrica non coincidenza, gli altri indistinti personaggi, portatori di bugie in una vita tutta di superficie, l’omicidio, l’aborto, la distanza sentimentale, la non accettazione del diverso, nel divario non più eludibile fra tutto ciò che abbiamo finora conosciuto e il nuovo che si annuncia e che non sappiamo ancora del tutto parametrare.

Non so quanto la narrativa italiana abbia avuto coscienza di ciò – e non conosco bene  quella straniera contemporanea – se un paragone posso fare per ritrovare una simile dimensione nella percezione della bugia del vivere, posso farlo solo riferendomi a due recenti film che adoperano la stessa architettura narrativa regalandoci, con sguardo lucido, una spiazzante coscienza dei nostri mali sociali.

Sto parlando di Elle e di Doctor Foster, entrambi produzioni di quest’ultimo anno, dove le due protagoniste,  in questo caso due donne in carriera, si svelano ai nostri occhi, e mai del tutto, per ciò che sono, una psicopatica ed una donna di potere, quasi solo alla fine della narrazione filmica. Intorno a loro, i partners amorosi, un marito e un vicino di casa, svelano la loro identità , e mai del tutto, solo nei due violenti finali, lasciandoci comunque col dubbio sul significato della narrazione che sembra costruita non tanto per fare chiarezza sui rapporti sociali, sentimentali, economici della nostra epoca, quanto per mettere a confronto, senza possibilità di certezza alcuna, le dimensioni della globalità.

Siamo pronti ad apprendere questa impietosa modalità di visione e di lettura? Siamo pronti al rovesciamento della prospettiva salvifica e rasserenante cui ci ha abituato il lungo dopoguerra europeo del ventesimo secolo? Siamo pronti ad accettare l’operazione chirurgica cui ci sospingono i venti di guerra che gli artisti - in questo caso Marilina Giaquinta – sentono premere intorno e ai quali danno parola?

Certo è che con questa raccolta Marilina abbandona la dimensione privata, il canto addolcente che riparava l’erotismo degli amanti del Passo svelto e lo rendeva corale.

La tempesta ha sconvolto la tranquilla delizia  amorosa, ha interrotto la dimensione del silenzio e ne ha sospeso la valenza.

La violenza impietosa dello sguardo e la furia della lingua, una vera tempesta di parole, indomata e indomabile,  ci costringe a calarci nell’ignoto che non vorremmo vedere e nel quale precipitiamo prima ancora di conoscerlo.

Intorno c’è una guerra.

Il poeta l’avverte   e cerca di narrarcela per scarti e dettagli di navigazione.

E come in tutte le guerre dobbiamo saper vedere – che qui, nella nostra cultura, almeno per il momento, non c’è spazio per l’amore.

In questa mancanza,  consiste  l’etica senza speranza di Malanotte, in ciò che non vogliamo sapere quando la miseria, dei sensi, dei sentimenti, delle passioni, aridamente ci sovrasta.

 

Cetta Petrollo

Marilina Giaquinta, Malanotte, Mompeo (RI), Coazinzola Press, 2017

Milleitalie > Anno VII - numero 2