Calvino e la carnevalizzazione (II parte)

28/04/2017

Saggistica - Calvino e la carnevalizzazione (II parte)

   

          italo_calvino

         Al sessantotto carnevalizzato subentrò quindi la Quaresima nella specie dell'autoritarismo gollista, immediatamente: durante l'estate del settanta a Parigi non si trovò da giovani e improvvisati turisti politici quali eravamo neanche un briciolo di quella romantica rivolta che pure aveva battuto vicoli, piazze, caffè e boulevards. Quante differenze con l'Italia paese dove non si butta niente come il maiale o come la ratio gesuitica, per cui lo stesso movimento libertario s'involse nel suo contrario, una specie di aristotelismo padovano marxista, in un abbraccio mortale  fino all'irresistibile e davvero tragica panzana del terrorismo. E poi il divertente nulla degli ultimi anni, caparbiamente  evocato  nel caustico dialoghetto infernale  Il sessantotto realizzato da Mediaset di Valerio Magrelli, in una specie di fenomenologia dell'allegro  dissesto italiano  scritta con il coraggio intellettuale di chi sa scendere dantescamente nella cronaca  dell'accondiscendenza popolare al grottesco ministeriale. Vi si nota un bieco repertorio della cosmogonia carnevalesca  non vissuto nella “piazza e nelle vie adiacenti”,  come dice espressamente Bachtin, ma nel contesto improprio dei luoghi istituzionali dello Stato e nella diversa, burocratica temporalità del potere vero ...dove si è tanto aspettata la scoronazione del Re Burla.

         E' la conclusione di un processo avviato all'inizio dell'avanguardistico novecento che vedeva le pratiche letterarie iniziare a spalmarsi nella società, legate all'uso di merci sempre più personalistiche in un'ottica liberatoria (pensiamo al modello T di fordiana memoria). Un processo che in Italia ha accompagnato la lodevole redistribuzione del reddito gestita dal centro sinistra nenniano durante il cosiddetto boom economico dei primi anni sessanta, promuovendo inevitabilmente il consumismo e l'omologazione. Dagli anni ottanta quelle pratiche letterarie  con più forti elementi di carnevalizzazione  nel nostro paese, hanno fatto irruzione nel mercato e nella società sancendo un'alleanza irresistibile tra produzione, pubblicità, TV privata. Le funzioni antiistituzionali ed eversive, del riso dissacrante, dell'incoronazione-scoronazione, della mésalliances carnevalesca ( praticata nei salotti di Costanzo),  delle  corporalità esibite, dell'eccentricità, della commistione dei linguaggi...sono diventate linguaggio diffuso nelle TV, nella loro essenza pubblicitaria e nella società per assecondare la vendita di merci sempre più personalistiche a tanti piccoli Andrea Sperelli del quartierino affetti da una specie di superomismo condominiale.

         “Per ora il modello bachtiniano del Carnevale funziona nella critica letteraria, come modello di poetica“ (9), da questo lieve inciso capiamo che  Calvino ha comunque la coscienza precisa che il  discorso carnevalesco di Bachtin tende prioritariamente ad una ricaduta tutta letteraria che sfocia nelle suggestive  analisi del romanzo cosiddetto polifonico di Dostoevskij e della scrittura di Rabelais. Ma  in questo brano breve Calvino preferisce restare nella  dimensione illustrativa, sociale  e antropologica delle idee del teorico russo  “...vissute e interpretate nella forma della vita stessa, formatesi e conservatesi nel corso dei millenni in seno alle più larghe masse popolari dell'umanità europea” (10). Ma dalla seconda metà del XVII secolo, ci avverte Bachtin, il carnevale esaurisce la sua funzione di carnevalizzazione e “...cede il proprio posto all'influenza della letteratura già prima carnevalizzata; in tal modo la carnevalizzazione diventa una tradizione puramente letteraria” (11). Per fare un esempio il Carnevale veneziano settecentesco e aristocratico,con tutto il profluvio di damine  e arlecchini salottieri  perde la sua vitalità eversiva e s'impantana nella linea della mascherata mondana, mentre contemporaneamente il razionalistico “romanzo filosofico” di Voltaire ravviva gli  elementi carnevaleschi come il carattere pubblicistico di attualità ovvero l'addentatura civile della carne della cronaca,  la natura dialogica della verità contrapposta a quella unica e monologica dell'ipse dixit, l'idea non astratta ma incarnata nel personaggio ideologo e poi tanta eccentricità e profanazione. Nella letteratura italiana, a parte il riconoscimento bachtiniano  in Dante del  medesimo sistema polifonico di Dostoevskij, ovvero “la particolare facoltà di ascoltare e intendere tutte le voci insieme e contemporaneamente...” (12),  in Boccaccio della predominanza del principio materiale e corporeo della vita assimilabile a quello di Rabelais, sussistono elementi carnevaleschi  nel sistema parodistico dell'Ariosto,  nelle raffigurazioni  filosofico grottesche delle Operette Morali, in cui Leopardi  si avvale del cosiddetto naturalismo sordido unito alla funzione dialogica, alla maniera confessata di Luciano. Per il resto le funzioni carnevalesche ci sembrano pertinenze  di quella linea letteraria anticlassicista, sottoufficiale che attraversa la letteratura italiana fin dalle origini e che  ne  Il candelaio e nei Dialoghi italiani di Giordano Bruno trova compiutezze e capolavori: un'assunzione fedelissima dei linguaggi corporali, mèsalliances a non finire , profanazioni e oscenità carnevalesche. Nel novecento le forme della carnevalizzazione perderanno quel senso di lateralità, di parassitismo parodistico, per acquisire un ruolo riconosciuto  di espressione ufficiale,  di esperienza  conoscitiva , in arte e in letteratura: dalle avanguardie storiche a Pirandello, Svevo, Palazzeschi del Codice di Perelà, Gadda del Pasticciaccio ed  altro, Moravia di Io e lui, Calvino delle Cosmicomiche.

         Cosa c'è di carnevalesco nelle Cosmicomiche? Una corporalità polimorfa. Dal  corpo inesistente, dal corpo dimezzato degli Antenati  il corpo nelle Cosmicomiche  si presenta nelle varie forme biologiche degli stati evolutivi. Qualcuno ultimamente e appassionatamente (Montefoschi, Corriere ella Sera, 3 feb 2012) ha scritto che la Morante salva il romanzo tutto dentro la storia, col senso decadente della morte della storia che poi come ognuno sa non è avvenuta e non avviene...ma anche Calvino non è da meno, perché nelle Cosmicomiche  lancia il genere un po' esangue verso mondi inesplorati, preistorici della nostra evoluzione umana. Parafrasando temerariamente il detto antico, ormai folclore e cineseria, la Morante ci dà il pesce pescato in acque più profonde per rifocillarci, ma Calvino ci offre un mare nuovo dove andare a pescare.

In Calvino c'è una tensione nuova, quella che una volta al tempo della meccanica si chiamava carica rivoluzionaria, espressione stridente oggi come unghie alla lavagna. Una tensione intelligente verso le possibilità dell'uomo, verso il futuro  guardando il trapassato biologico, storicizzando la cosmogonia, l'angelo di Benjamin che guarda non la storia ma la preistoria , dicendo e scansando le rovine proviamo a guardare a

quand’eravamo pesci o addirittura molecole.

 Roberto Milana

 Note

 

9)    Una pietra sopra, ibidem, pag. 255.

10)  idem, pag. 256.

11)  Dostoevskij, poetica e stilistica, ibidem, pag. 171.

12)  idem, pag. 45.

 

 

Milleitalie > Anno VII - numero 2