Saggistica - Calvino e la carnevalizzazione (I parte)

30/12/2016

italo_calvino

Nell'intervento intitolato  Il mondo alla rovescia  pubblicato sulla rivista  “Pirelli” n. 1-2, 1970 e inserito nella raccolta di scritti critici  Una pietra sopra, Calvino presenta la suggestiva interpretazione del carnevale desunta dalla lettura di Dostoevskij, poetica e stilistica, opera oggi epocale di Michail Bachtin, pubblicata da Einaudi nel 1968. Si tratta di una lettura innanzitutto meravigliata, spiazzante che per un cultore delle quetes ariostesche come lui è già un buon viatico “...libro dove meno ci si aspetterebbe di veder trattato un tale tema” (1) e poi personalmente molto ispirata in quanto proprio un anno prima aveva pubblicato Il castello dei destini incrociati nel volume  Tarocchi. Il mazzo visconteo di Bergamo e New York di Franco Maria Ricci. In effetti nello svolgimento incrocia uno degli aspetti costitutivi del mondo carnevalesco del teorico russo ,cioè il processo di incoronazione di un re burla e la successiva scoronazione, con  l'avvicendarsi di re Carnevale e Re Quaresima incarnati da due carte dei tarocchi: Il Bagatto e il Matto, come proposto da Gertrude Moakley studiosa dei tarocchi miniati quattrocenteschi di Ludovico Bembo.

Testimoni dell'abbondanza e della carestia, sempre in agguato nel mondo contadino, nella vita corporale e nell'immaginario, in una sorta di contemporaneità. Dice infatti Bachtin: ”...l'incoronazione e la scoronazione sono inseparabili, sono un fatto uno e bino e trapassano l'una nell'altra; la loro separazione assoluta fa perdere completamente il loro senso carnevalesco” (2) . A questo punto si accende quella che è a mio parere la caratteristica più brillante dell'intelligenza atletica dello scrittore ligure, il lancio del peso dell'idea verso terre ignote e futuribili che hanno gravità diverse, più leggere, intorno a cui ognuno potrà se vuole ricostituire un corpo personale e sociale.

La traiettoria è nascosta in questo lungo interrogativo: “ L'alternanza dei ritmi di vita e degli “stili” di comportamento era dettata al tempo degli antichi carnevali dal ciclo stagionale-agricolo. Potrà in una società futura realizzarsi qualcosa di simile seguendo il ritmo dei cicli economici industriali, dei piani quinquennali, dell'alternanza tra periodi di produzione accumulazione austerità pedagogia e periodi di consumo festa contestazione delle autorità demistificazione a tutti i livelli? “ (3).

    In quel tempo il Calvino francese tiene evidentemente un occhio sopra la chienlit, a dirla con De Gaulle, del maggio francese con le sue “spinte antiautoritarie, antirepressive e antiautomatizzanti” che andava a dare temporaneamente il cambio a una società economicamente seria e culturalmente compassata con le sue “spinte a sottomettere ogni valore alle esigenze della produzione”. Insomma dietro quelle parole sembra affacciarsi una specie di carnevalizzazione bachtiniana del sessantotto suffragata dalla condivisione delle istanze critiche di Julia Kristeva che nel  suo libro del 1969  Semeiotikè  Ed. du Seuil, Paris. denuncia  la tendenza  storica della cultura occidentale “...ad occultare l'aspetto drammatico (cruento, cinico, rivoluzionario nel senso di una trasformazione dialettica)”, nell'uso del termine carnevalesco. In realtà la connotazione eversiva è ben presente in Bachtin, come rileva Calvino a proposito dell'immagine del fuoco elaborata sempre nel testo su Dostoevskij e supportata dal  racconto di Goethe della festa dei “moccoli” nel Carnevale romano, in cui un ragazzo spegne la candela di suo padre con l'allegro grido: ” Sia ammazzato il signor padre ” (4).  Che forse come chiosa Calvino non possiede quella impudenza omicida che gli attribuisce Goethe, come uno spaventato antropologo, in quanto nella parlate romanesche i “va' a morì ammazzato” si sprecano in un folclore innocuo e atragico.

    Bachtin ha definito con dovizia concettuale un'altra potente funzione eversiva, quella del riso e della sua pratica ambivalente. Come il fuoco che contemporaneamente distrugge e rinnova il mondo, “...nell'atto del riso carnevalesco si uniscono morte e resurrezione, negazione (derisione) e affermazione (riso di giubilo) “ (5). Calvino  non tratta l' argomento  in questa specifica  occasione teorica, ma in tante altre lo farà : “...solo il riso – irrisione sistematica, falsetto autoderisorio, smorfia convulsa – garantisce che il discorso è all'altezza della terribilità del vivere e segna una mutazione rivoluzionaria...” (6) “Definizioni di territori: l'erotico (Il sesso e il riso)” .

Ma soprattutto egli lo metterà in scena in lungo e in largo nella sua ampia produzione cosiddetta fantastica.

A questo punto occorre liberamente evocare il terzo convitato della cosmogonia carnevalesca: il sesso e  le sue pratiche relativistiche antiistuzionali come l'orgia nei saturnali romani e nei carnevali vescovili del Rinascimento.

Il fuoco, il riso, il sesso possiamo dire che sono i tre elementi che hanno contraddistinto il senso primordiale  della rivolta del sessantotto francese, una specie di poetica della politica consumata da una certa nuova gioventù borghese e di massa, du matin jusqu'au soir, a dirla con Ronsard. Ecco siccome Bachtin ci dice che la cultura popolare carnevalesca si  estingue nella sua funzione antropologica, si cristallizza nel rito, all'incirca  dal  XVII secolo e sopravvive esclusivamente nell'ambito letterario già prima carnevalizzato (Rabelais, Cervantes), direi che il sessantotto primario sia stato una specie di tentativo di riversare dalla letteratura artistica nella piazza carnevalesca, in forma quindi concreto-sensibile, pratiche come le mésalliances carnevalesche, il libero contatto familiare tra gli uomini, l'eccentricità, la profanazione, l'incoronazione scoronazione del re Carnevale (la borghesia), la parodia  e soprattutto “...tutte le sfumature della libera parola carnevalesca- familiare, cinicamente schietta, eccentrica, laudativo-ingiuriosa, ecc.” (7).

Insomma quando Calvino, parigino acquisito e a ridosso degli eventi accenna all'attualità di quel modello medievale bivalente, ufficiale e carnevalesco, non può che intenderne una testimonianza nel maggio francese, nella sua elaborata scoronazione di poteri più sofisticati, di più melliflue autorità.

Nonostante la letterarizzazione del linguaggio politico, il rapporto di Calvino col movimento degli studenti  fu invece piuttosto blando. Gli accese soprattutto un interesse per la questione dell'utopia della cui concretizzazione coeva non sopportava la sicumera ideologica e radicale dei giovani  attanti, un vizio politico già stigmatizzato   nell'operaismo nostrano, come si evince dall'intervento “L'antitesi operaia”del 1964 scritto per “Il Menabò” n. 7. Insomma un uomo come Calvino, con il classico vissuto marxista del secondo dopoguerra  così potente negli entusiasmi come nelle delusioni riteneva  l'estremismo politico ancora una malattia infantile, ma non nel senso dell'utilità leninista bensì, ecco il lancio del peso dell'idea  di cui si parlava, in quello della sua pigrizia intellettiva. Ecco cosa rispondeva nel 1973 Calvino a un'inchiesta di “Nuovi Argomenti” sull'estremismo : “Credo giusto avere una coscienza estremista ella gravità della situazione, e che proprio questa gravità richieda spirito analitico, senso della realtà, responsabilità delle conseguenze di ogni azione parola pensiero, doti insomma non estremiste per definizione” (8).

 Roberto Milana

Note

 

1)      Una pietra sopra, di Italo Calvino, Einaudi 1980. Ristampa  Oscar Mondadori  2011, pag. 252.

2)      Dostoevskij, poetica e stilistica, di Michail Bachtin, Einaudi 1968. Ristampa 2002, pag.163.

3)      Una pietra sopra , ibidem, pag. 255.

4)      idem, pag. 256.

5)      Dostoevskij, poetica e stilistica,  ibidem, pag.166.

6)      Una pietra sopra, ibidem, pag. 261.

7)      Dostoevskij, poetica e stilistica, ibidem, pag. 170.

8)      Una pietra sopra, ibidem, pag. 312.

 

 

Milleitalie > Anno VI - numero 6