Libri - 107 Incontri con la poesia e la prosa

25/10/2016

Lo zibaldone insensato

 Per le Edizioni del  Verri, nella bella collana rossa – grafica elegantissima ed inconfondibile –  è stata pubblicata l’ultima raccolta poetica di Tomaso Kemeny, 107 Incontri con la poesia e la prosa.

kemeny

Tomanso Kemeny non ha bisogno di presentazioni, attivo in poesia dal 1976 – opera prima “Il guanto del sicario”,  scoperto e pubblicato, parzialmente, nel  numero 10/11 della storica rivista Periodo Ipotetico, studioso di Dylan Thomas, di Pound e di Joyce, un lungo elenco di pubblicazioni e una storia contrassegnata   dalla militanza politico – culturale anche concretizzatasi in operazioni di spessore e di lunga durata come la fondazione a Milano della Casa della poesia – Kemeny  si è sempre mosso   nel territorio neoavanguardistico del superamento dei generi,  approdando, in questo ultimo libro, ad una sorta di partita doppia dove la lingua specchia e riflette se stessa in reciproco commento fra scrittura in prosa e scrittura poetica.

Ma è poi questa la cifra di lettura dei 107 Incontri, incontri con persone, occasioni, questioni filosofiche, incontri con la tradizione letteraria, i classici e le radici stesse della cultura umanistica?

Come leggere il Gesuita che incontra il Califfo e parla del poeta? (“Mi chiamo Baltasar, voglio morire di colpo e non agonizzare, perché l’agonia è lotta”; “ dopo un sommario esame, sei/ un uomo perduto,/ rovinato dal tuo talento,/ messaggero immaginario/ di Harun Al -Rashid/ errante nel deserto”)

Come il personaggio Kohlhaas in cui l’autore è descritto in autoironia (“ ho solo qualche verso scaduto o comunque non vidimato dalla commissione per la scrittura pubblica) o quello con le tante entità morali e ontologiche sparse fra le pagine (la verità, la realtà, la morte, il non senso, Dio…)  con i miti (Prometeo, Venere…) gli elementi ( il fuoco, la luna…) , infine, con le mille risultanze di una vita?

In questa raccolta, dove, come ha ben scritto Enzo Di Mauro : ”c’è, dolorosamente percussivo, il fantasma degli orrori e dei terrori del secolo scorso che il poeta ha ben conosciuto”, Kemeny sembra voler fare i bagagli radunando intorno a sé tutta la propria vita e non importa se la vita incontrata sia fatta di sogni o di immaginazioni, di letture sedimentate o di epifanie, di donne amate e scomparse, di personaggi contemporanei o di decadenza sociale, tutto entra, con leggerezza, nella cascina del linguaggio, è il linguaggio a tenere il timone, ad essere il prefatore dichiarato di Incontri, a tenere insieme la scommessa difficile di un’ intera vita. 

Non a caso l’incipit della raccolta, quasi una dichiarazione di poetica, è l’incontro col linguaggio (“Mi rendo conto che lo scrittore diminuisce a ogni parola che scrive e a ogni parola si illude di aver superato i confini del cosmo riconosciuto”) mentre il colophon  è l’ epigrafe finale sul Silenzio (“ Non posso però più resistere al richiamo del Silenzio. La sua onnipresenza mi sottrae al mondo; dissolvendo i recinti del linguaggio mi trascina oltre i confini estremi del poetico”).

Libro riassuntivo, zibaldone senza direzione di rotta, Kemeny insiste nel suo, non svagato, vagare e ci porta con sé nell’ambizione di continuare la storia e le storie.

Perché, per dirla con Pagliarani (“ io tanto ho consegnato un biglietto/ c’è scritto che non rinuncio”) l’atto estremo del poeta, la sua scommessa, è l’obbligo del dire, anche quando venga prefigurato il rovesciamento, la chiusa silenziosa che rilancia, nell’atto stesso della pronuncia e della rinuncia, lingua, vita e futuro.

Cetta Petrollo

(Tomaso Kemeny, 107 Incontri con la prosa e la poesia, Milano, edizioni del Verri, 2015)

Milleitalie > Anno VI - numero 1-5