Libri - Dopo il pescecane

30/12/2015

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Nell'ammiccante emporio delle librerie resistenti come un cln alla fredda falcidie del mercato, cambiando di passo, proteiformi  verso approdi spesso culinari e puttaneschi...pagine e caffè, workshop rissosi sull'ermeneutica della mezza porzione, promettenti serate di kultur e accarezzamento, interni amicali forgiati dalla libritudine a cena e via scavallando... cerchiamo senza distrazioni e tentennamenti i bei racconti di Malerba del 79 riproposti negli Oscar con un tempismo farmaceutico, come una buona prescrizione per il sofferente corpo letterario italiano così svenevole, confuso e soprattutto smemorato. Le buffe distillate vicende di Dopo il pescecane e l'insieme dell'opera malerbiana sono la magnifica prova di un'autentica poetica della commedia narrativa, la formalizzazione letteraria di un'empatia del disincanto, uno spirito tutto italiano, un secolare approccio al mondo che non si fa scandalo delle cose, accoglie gli accadimenti con una distrazione elegante perché non li soppesa con le regole di un etico banco dei pegni, con la rete delle normative sociali, con la sommatoria delle severe abitudini laiche o, che dico...non sia mai, religiose. Ed è un bene perché in questo dolce naufragio si incontra la varia verità e il mistero del male e del suo contrario, ma non per  improvvido caso o  ubriaco destino bensì attraverso un uso serio, antropologico del linguaggio, bussola preziosa di questo tipo di raccontatori novecenteschi postverghiani (lo scrittore siciliano che scientemente per primo  compie tali operazioni linguistiche)  a volte espressionisti  a volte razionalissimi comici a volte di sfrenata ariostesca immaginazione, nel senso della nobile facoltà umana critica, disintossicante,  liberatoria, da Palazzeschi al Moravia dei Racconti romani,e poi Gadda, Arbasino, Testori e Calvino infino a Malerba e Pagliarani. Leggendoli si percepisce un sopramondo , una totalità narrativa, un continuum affabulatorio per niente astratto ma radicato nelle classi sociali e rianimato letterariamente nel rispetto ripeto antropologico degli attanti originali, les italiens, che per lo più si sono sempre vitalmente espressi con l'oralità e il dialetto, data l'estraneità alla lingua nazionale, privilegiando nel formicaio gioviale e litigioso  del nostro paese il genere primario della narrazione dall'epica contadina alla nevrosi impiegatizia. Il compulsivo uso dei cellulari nelle nostre città a ben sentire votato al  birignao parattattico della figlia della sora Augusta maritata Cecioni ne è implacabile testimonianza.

   Nel libro le narrazioni in prima persona hanno il tono di accurati memoriali recitati in piani sequenza rilasciando un senso di commedia come una quotidianità sospesa permanendo le tracce fisiche, odori del paradosso e residui dell'assurdo più che surrealisti, beckettiani. E' il senso della vita nei dettagli e negli onirici abbagli come quando  un protagonista amministratore delegato diventa un giustiziere paranoico alla maniera del Travis di Taxi driver, uccidendo col fucile subacqueo odiatissimi architetti scambiandoli per pescecani. E che dire di quell'uomo sardina che pervicacemente si interessa delle sorti della Spagna appena postfranchista durante il patetico viaggio verso l'inscatolamento? In questo stesso racconto un colpo di regia romanzesca, un procedimento davvero  straniante  quando l'uomo sardina alla fine implora qualcuno  dei lettori di salvarlo dando le coordinate della pizzicheria dove si trova la scatola di sardine in cui è intrappolato sott'olio.

    Si tratta di trame bizzarre e spiazzanti  mai limitate a épater le bourgeois bensì ad allargare il senso del mondo attraverso ricognizioni di io in turbolenza al confine della norma, esperienze di tante allegre schizofrenie mai tacitate o trattate come minorità ma basaglianamente affidabili nel loro delirio promosso a puntiglio filosofico a volte illuminante senza diventare sistema mal sopportato dal nostro libertario scrittore. Che nostalgia di questo serio anticonformismo, di questa laica e vitalissima critica alle allucinate pulsioni (vedi le disavventure pirandelliane di un avvocato alla vana ricerca di un’iscrizione alla mafia per fini carrieristici o il cinico monologo di una facoltosa vittima di un sequestro anni 70) della borghesia nostrana,  la più marcia d’Europa storicamente e di larghi strati massificati alle prese con le novità quotidiane indotte dal benessere nel lungo decennio successivo al boom economico (vedi il sordo ridicolo marito femminista o  il molle padre progressista tutto contento che il figlio abbia superato una crisi adolescenziale compiendo scippi con la lambretta compratagli). Ma la scintillante dote di Malerba  è la pratica dell’invenzione come necessità fisiologica alimentata da un’intensità d’ispirazione  creativa quasi  di  incredibile fattura industriale, una produttività espressiva che sembra il frutto di una catena di montaggio naturale. Ma i suoi spunti appartengono alla migliore surrealtà europea, fantasie filosofiche dalle Operette morali ai teatri dell’assurdo. E il bello che essa si applica sui materiali sociali e umani di un’Italia nel suo più topico crinale della storia contemporanea, la fine degli anni 70, appena il dopo Moro e non importa se i testi risalgono a chissà quando, il significato unitario è quello editoriale che parla con una voce sola e dietro i piccoli scacchi dei teneri ma tragici personaggi malerbiani, nella loro deriva dell’incoscienza, nel naufragio delle loro pulsioni ritroviamo il grande scacco della perdita dell’identità popolare, il disinvolto suicidio (oh emblematica sardina...) di una comunità che non protegge i suoi padri dalla barbarie e si darà ad un’allegra agonia che dura dagli anni 80 come gli indiani ubriachi delle riserve. Il libro avverte che i freschi valori mai retorici della favola bella dell’empatia nazionale  si stanno incrinando prima dell’affezione ideologica e della finta furia dissacratoria del plagio pubblicitario.

    Le dolci differenze ribelli, le strenui sottrazioni al noioso torto del conformismo dei panciuti cinquantenni, oggi mi sa ottantenni, perversi cantati da Marcello Marchesi (...che bella età, la mezza età...) sono l’effetto letterario di una moralissima devianza del plot e di una misteriosa pedagogia del tono narrante, quanto inconsciamente chissà gramsciana, nonostante o proprio per gli sperimentalismi. Ecco le acrobazie di trama e di raffigurazione, esclusi gli scavi introspettivi e lo psicologismo ambulatoriale ogni esemplare umanità è amata e presentata in società attraverso un fine armamentario di dialoghi portanti, scene e oggetti con nette funzioni affabulatorie, personaggi in indefessa azione e vita tanta vita. Prove plurime che richiamano semioticamente la visibilità reale e il moto continuo del segno filmico rivelato con la soave razionalità del pensiero teorico di Pasolini e Christian Metz.

   Malerba è un autore che allarga i confini della narratività con raffinati apporti del linguaggio cinematografico, promossi a canone letterario e invece oggi purtroppo abbassati a pratiche seriali e naturalistiche dalle affollate generazioni di scrittori inutilmente giovani.

 

Roberto Milana

(Luigi Malerba, Dopo il pescecane, Milano, Oscar Mondadori, 2015)

Milleitalie > Anno V - numero 1-6