Libri - Inattuali e Cella

30/12/2015


Un autore in cerca di personaggi

Di avanguardia, di ricerca e di altro

Gilda Policastro e la cella dei nostri anni


  

A pochi mesi di distanza escono, fra maggio e settembre 2015, due libri di Gilda Policastro, una raccolta poetica, Inattuali (Transeuropa) e un romanzo, Cella ( Marsilio), per i tipi, dunque, di una minimale casa editrice, quasi del tutto fuori dal circuito della  distribuzione libraria e della commercializzazione, e di una casa editrice affermatasi, negli ultimi anni, nella traduzione e diffusione di narrativa  di successo, basti pensare alla fortunata trilogia Millennium  (Uomini che odiano le donneLa ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta ) di Stieg Larsson.

Gilda Policastro, studiosa di classici – Dante e Leopardi – e di scritture novecentesche, da Pirandello a  Pasolini e a Sanguineti, fa parte della generazione di intellettuali, nati negli anni Settanta, che  cerca   collocazione nel nuovo contesto scaturito dall’ economia digitale.

Dell’economia digitale, del mescolamento e del superamento degli ambiti, si subisce l’immediata fascinazione con la possibilità di mettersi in gioco continuamente, nella scia dialogica stimolata dal web, piazza di incontro e di confronto illimitata dove disagio e agio formano e definiscono il personaggio autore. Frequenti, quindi, le presenze e le interviste di Policastro   nel web, da quelle nei siti più visitati, ad esempio, Nazione indiana, Doppiozero, Le parole e le cose, Vibrisse, Pordenonelegge, agli interventi ed ai dibattiti sui social network.

Di questo gioco di specchi che supera i meccanismi autore – pubblico, opera – editoria, autore – personaggio, io – scrittura, praticati prima della fisica dei vasi comunicanti indotta dalla rete, Policastro, sembra del tutto consapevole: “Che si rassegni, perciò, chi oggi vorrebbe il campo letterario suddiviso in microaree territoriali, corrispondenti ad uno ed uno solo degli ambiti culturali. Credo che lavorare attorno a certi temi in modo ossessivo, come i critici e gli scrittori fanno da sempre, non possa che portare a slittamenti, contaminazioni, sconfinamenti” (intervista in Anfiosso.wordpress.com) come – traspare dalla sua ricerca - dell’estrema difficoltà del perseguire una personale scommessa che si liberi delle regole dell’epigonismo letterario del secolo scorso, forse anche per “volontà di accostarsi all’essenza, a ciò che riguarda il senso ultimo delle cose”.

Tesa nella difficile ricerca di una collocazione fra i mostri sacri della letteratura d’avanguardia del secondo novecento italiano e l’incombere  della letteratura d’evasione e opinionista del nuovo secolo, con le sue nuove erudizioni e frammentazioni linguistiche,  la narrazione sembrerebbe così muoversi entro alcuni canoni del romanzo erotico-sentimentale di cui percorre i temi , dal dolore, alla morte, alla malattia, alla costrizione, alla coazione sessuale, all’amore, fino alla citazione dell’impegno politico eversivo, in una micro – storia di corruzione e violenza vista con gli occhi  di chi quella storia non l’ha vissuta ma solo fortemente immaginata.

La trama possiede, ad una prima lettura, tutte le attrattive necessarie a condurci verso la conclusione del romanzo – una torbida relazione, il mistero della storia che non giunge a sciogliersi del tutto, le descrizioni  dei rapporti sessuali , il rapporto vittima-carnefice ma l’esplosione sotterranea del narrare , quella che ci cattura, avviene quando si aprono le piegature delle voci narranti e dei personaggi : la voce parlante della donna è quella vista da un uomo ma dietro il personaggio uomo c’è a sua volta una donna, l’autrice, cioè una donna, l’autrice, crea un personaggio uomo che narra con voce di donna un personaggio donna.  

Tutto ciò accade per inserti narrativi e giustapposizioni in un andirivieni temporale fra i vari capitoli della storia, spesso anche all’interno dello stesso capitolo come in “Al chiuso” e in “Doppio legame” nella creazione di ibridi narranti per i quali non sembrano applicabili le categorie di genere.

Può tutto ciò rientrare nella storica categoria di sperimentale?

O, piuttosto, siamo di fronte ad una narrazione attratta dalla ricerca di una possibile descrizione oggettiva della contemporaneità fuori dalle diversità di genere? Che Gilda Policastro interpreta con gli strumenti del narrare, la costruzione del protagonista bisessuato (asessuato?) e la storicizzazione “politica” (il privato è politico!) del nostro più recente passato?

“Il senso ultimo delle cose” si potrebbe completamente manifestare continuando a guardare verso i nuovi scenari che si propongono ed abbandonando ogni nostalgia e mitizzazione del passato? 

Spogliandosi delle seduzioni narrative e spostando il segno verso la nuova umanità che si delinea purché si abbia il coraggio di guardarla senza paura?

Umanità che potrebbe essere “inattuale” se paragonata al peso delle eredità novecentesche e marginale se misurata in termini di scrittura poetica ma del tutto attuale e centrale se a narrarla fosse il nuovo punto di vista di una generazione che affermasse la sua capacità di dire e di narrare il suo tempo.

E qui siamo già dentro al territorio di “Inattuali”.

policastro_inattuali“Inattuali" è nella contemporaneità e la guarda e la afferma con autentica passione politica che è poi quella del dire le proprie ferite e il proprio scarto ponendosi al centro del disagio e interpretandolo per tutti : “ parlate piano / non vi seguo/ dovete dire delle cose/ e dovete farlo piano./ quando parlate non vi capisco/ parlate piano, andate più piano,/ non correte, indugiate sui nessi, sciogliete le elissi,/ contraete l’ipotassi, non vi seguo,/ andate piano, aspettatemi,/ provate ad ascoltare anche me, datemi il tempo, sono più lenta, non vi seguo,/ mi sentite, non vi capisco, / fermi, insistete sul concetto, soffermatevi sui nessi, / insisto, i nessi vanno meglio definiti,/ chiariti, ripresi,/ meno/ gossip […].

Inattuali” narra, metricamente, le storie di oggi in cui si accampa la protagonista che non intende

essere personaggio di se stessa ed è voce asessuata come chi veicola emozione con brandelli di lingua frantumati e connessi e disconnessi in struttura poematica: “le cose che succedono, se te ne vai/ sono nell’ordine: 1.uscire / 2. La messa in piega/3.uscire di nuovo, sempre, con una scusa, / con gli sconosciuti, per la spesa, per nessun motivo al mondo/ passare dal punto A al punto B del pavimento/ o dal divano al fornelletto per la camomilla […]

Sono le cose a presentarsi incollate al vivere in esternazione quotidiana, outing che non ha bisogno di trama essendo intreccio bastevole quello delle parole del vissuto quotidiano: “la poetica dell’oggetto/ non ti persuade / più: il rubinetto/ perde occasioni di continuità/ nella goccia transeunte (dei morti, /le unghie, crescono due millimetri ancora, / per notte).

Il dolore è tema carnale che colpisce violento chi legge e lo aggancia al centro con l’evidenza di una rappresentazione senza simboli come in Refresc : “ Gli puoi far dire fare / quel che ti pare ( sono anni)/ ai morti: rovesciano l’ideologia delle unghie (GM),/ restando al riparo/ quando li convochi/ e se li chiami, oppure,/ dirimpettai nel granitico essiccare/ delle violaciocche, più spesso/ sminuzzano il gelo, lo smembrano/ in parti piccole e diseguali, poi nel silenzio/ domandandosi se tu, per fame,/ ti nutriresti[…]

Policastro non ha bisogno di “cercare” né di trovare uno spazio quando scrive in versi: lei c’è tutta - e al di sopra di ogni definizione poetica - in quella potente e vincente marginalità dove l’ibrido asessuato del verso la pone grandiosamente fuori da ogni cella contemporanea.

 Cetta Petrollo

(Gilda Policastro, Cella, Venezia, Marsilio, 2015)

 (Gilda Policastro, Inattuali, Massa, Transeuropa, 2015)

  

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Ma chi sono queste criste, queste anime dolorose che catalizzano trame nere e barbare faccende in milieu romanzeschi di bacata imprenditorialità  più o meno riconoscibile, dall'edilizia palazzinara ne «La ferocia» di Nicola Lagioia alle voraci consorterie sanitarie in «Cella» di Gilda Policastro?  Queste mute martiri hanno la parola vuota, una specie di afonia sociale e prima ancora familiare, in questi deschi alla deriva in cui sono costrette a sopravvivere, risultano nuove figure fulminanti per come si prendono ieraticamente la scena narrativa e denunciano, con una specie di calcolato sacrificio del corpo arringante gli ormai macabri  rituali sessuali-sociali quasi precolombiani  nelle pratiche di volgare  violenza dell'esercizio del potere di una borghesia si fa per dire... marxianamente, professionale e maschia dedita in maniera compulsiva ad accanirsi sulla corporalità delle sue vittime continuando nel frattempo alacremente a barare nel già decrepito ambito familiare, nelle pantomime fintoconcorrenziali degli appalti, negli esili e meschini meandri della propria coscienza. Le due donne sembrano dimostrare una santa disposizione alla schiavitù, si fanno facili prede pornografiche per stanare letterariamente gli impulsi delittuosi di certi ceffi di primari e amministratori, magistrati e affaristi, affamati e inquieti come alligatori e denunciarli al lettore, si spera non voyeur e complice ma di abbastanza vigile moralità.

    C'è tanta primaria, perché ideale, politica in queste tristi eroine di un femminismo ribaltato ma comunque ribelle e nichilista, di una  opposizione totale alla vita venduta fino alla carne. Spiriti suscettibili nella lucida sottomissione  avvertono  il marcio e testimoniano atroci disincanti, evocati dalla rabbiosa rinuncia al proprio giovane corpo e poi parlati pasolinianamente col senso della precisione induttiva, antropologica dell'esperienza fisica che rifugge qualsiasi ambiguità e commina, voce  autorevole più di ogni altra, una definitiva, corsara condanna dell'Italia rea degli anni zero, pollaio orrendo.

    Senza fare nomi spesso è dagli scenari letterari del mezzogiorno  che provengono voci romanzesche magari più o meno eterogenee di ispirazione e resa,  ma che sorpassano la corriva e pigra vulgata  nazionale proponendo spunti originali di comprensione del paese.  Sembrano gli effetti di una personale clarté nella sonnolenza sociale  come se la decantazione dell'immobilità ambientale permettesse una più chiara visione delle forze in campo e un uso critico più proficuo della pratica letteraria. 

    La Policastro promuove un originale e denso connubio tra tecniche narrative diverse adoperando tranches di monologo interiore incalzante e una serrata cronaca, una registrazione di eventi  privati che  scandisce la  precarietà esistenziale di una protagonista madre e amante ripudiata. Il romanzo si mostra così nevroticamente compatto da apparire più che un monologo  un soliloquio insistente, artigianale, senza alcuna traccia di volontà e ragionamento, solo sesso e sensibilità con cui interpretare il mondo. C'è qualcosa di brechtiano  in questa storia così ordinaria quasi condominiale  che diviene mano mano esemplare, prendendo le fattezze di un apologo impegnato e molto attuale sull'infelicità sociale: il dottore, Giovanni, irsuto e attempato che accompagna in sinergia le foie sessuali a quelle politiche in atti di potere, il figlio di primo letto, Dario, che punisce il padre prepotente amando la sua donna,  la famiglia meno abbiente della protagonista disgregata già di per sé e quindi distratta a proposito della svendita di giovinezza della figlia, la figlia della figlia, Elena, che crescendo smussa il suo risentimento e si avvicina al padre e alle concrete opportunità che concede...insomma tanta triste finzione. E tutta rivissuta nella claustrofobica casa di Cella, soprannome calzante della protagonista che si muove coi tempi dei domiciliari in  spazi conclusi adibiti dal vecchio amante ormai a caccia di corpi più giovani, a buen depressissimo ritiro Ho trentanove anni. All'improvviso li dimostro tutti, forse di più. Ho rughe sulla fronte, agli angoli della bocca, le ho pure attorno alle ginocchia...mi alzo stanchissima...   

    Il plot volutamente vacuo e cronachistico del libro sembra chiedere al lettore un ritocco semantico, un'attribuzione di significato affinché i cedimenti sessuali e poi strutturali della persona, tipici di un romanzo diciamo di de/formazione, acquisiscano un senso superiore come abbiamo già ampiamente visto di ordine socialmente critico. Occorre dire che nel suo blocco biografico e linguistico il racconto di  Cella ospita poi deterministicamente una brigatista improbabile e di maniera, nervosa e misteriosa, come non pensare alla Faranda, e il suo diariuccio la cui funzione narrativa appare alquanto irrisolta. Meno male che una vivace paratassi, curatissima nel ritmo compositivo alleggerisce il testo ed evita i noiosi pericoli di una loquacità basica e ossessiva.        

 Roberto Milana 

(Gilda Policastro, Cella, Venezia, Marsilio, 2015)