Beniculturali - Lo smantellamento architettonico del Mibact

30/12/2014

Lo sapevamo fin dagli anni della sua nascita, nel 1975: il Mibact, Ministero che nasce dalla giustapposizione, più che dalla fusione, di varie competenze riguardanti la ricerca e lo studio delle fonti (opere d’arte, libri, documenti, siti d’arte, aree archeologiche, opere architettoniche e quant’altro) sarebbe stato, più che altro, un Ministero affidato ad alcune categorie, e precisamente a quella degli architetti che, fin dalle prime piante organiche hanno ricevuto più spazio ed attenzione di altre, residuali, categorie, storici dell’arte, archivisti, bibliotecari e personale amministrativo.

Sin dal suo avvio, Il Mibact parte con una gamba zoppa: nessuno in possesso di vera professionalità amministrativa, scarsa considerazione per l’amministrazione di libri, documenti, opere d’arte e scavi archeologici.

Sul Ministero sono, frattanto, passate, nel corso di questi ultimi quarant’anni, varie mode ispirate, diciamo così, da una serie di interessi non propriamente generali. 

Abbiamo così assistito, via, via, prima, alla grande attenzione nei confronti della tutela e della conservazione, poi a quella sulla ricostruzione dei centri storici, quindi è stato puntato l’indice sul management, sulle buone pratiche, produttività e meritocrazia comprese.

Si è discusso, fino alla nausea, di carichi di lavoro e piante organiche, producendo topolini; si è passati alla digitalizzazione ed all’informatica, infine, l’occhio economico nella gestione del Mibact si è rivolto alla cassa nuda e cruda, cioè alla vendita di biglietti nei musei ed alla continua realizzazione  di mostre con relativo impegno assicurativo.

Queste cattedrali sono state costruite in modo miope con scarse previsioni economiche a lungo raggio (nella miopia facendo anche rientrare la massiccia qualificazione giuridica del personale del Ministero che, a tutt’oggi, non può essere trasformata, come sarebbe giusto, in  nuova posizione retributiva).

Ora c’è fretta, il taglio dello Stato deve avvenire entro Dicembre, per risparmiare, si dice. E l’ascia, cui hanno posto mano le categorie più forti del Ministero, quelle che creano indotti di qualche tipo, si è abbattuta sulle frange più bistrattate, quasi odiate dal nostro inconscio collettivo: i libri, i documenti necessari allo studio.

Biblioteche ed archivi,  non hanno ottenuto nemmeno l’onore delle armi.

Si dirà, anzi è stato detto dallo stesso Ministro, che tagliare le teste non equivale alla soppressione degli istituti. C’è da chiedersi, allora, quale reale economia si realizzi, sia in senso organizzativo che in senso materiale, se le sedi, come tutti ci auguriamo, rimarranno aperte al pubblico con l’attuale orario di apertura. Le bollette correranno lo stesso, le pulizie dovranno essere eseguite, i libri ugualmente legati, comprati, restaurati. La sicurezza assicurata.

La differenza sarà nella futura, nuova, organizzazione: ci sarà un funzionario che, pagato la metà di un dirigente, dovrà rivolgersi, per la gestione, ad un superiore, rendendo ogni procedura molto più complicata e lenta. Qualora poi, egli non potesse amministrare risorse finanziare, vedrebbe del tutto azzerata la sua autonomia  tecnico – scientifica ed il suo reale potere di intervento.

Per essere davvero efficace ed economica, la riorganizzazione, in sciagurata previsione, dovrebbe condurre ad un solo risultato: la riduzione delle ore di apertura al pubblico e l’ utilizzazione, a rotazione, del personale nelle varie sedi incorporate nella sede di livello dirigenziale rimasta sul territorio. Con buona pace della circolazione e della diffusione delle fonti della nostra cultura e conseguente appiattimento su quanto è offerto dagli strumenti digitali (nel web le nostre fonti, a differenza di quanto accade nelle più importanti biblioteche ed archivi del mondo, sono presenti in misura assai ridotta).

Di cosa meravigliarsi? A chi servono le fonti? Innanzitutto a professori e studiosi sui quali incombe la disgrazia dell’efficientismo, perversamente saldata a quella della produttività e del merito.

Qui l’analisi si allarga alle scelte politiche avviate nell’area dell’istruzione pubblica dove, da qualche tempo, si è propagato il cancro in questione.

La buona scuola che viene proposta e che segue alla managerializzazione dei Presidi, diventati datori di lavoro e controparte sindacale, si avvia per la strada, rivelatasi fallimentare nelle altre aree del pubblico impiego: quella della misurazione dei risultati, della produttività e del merito.

La saldatura fra l’ingresso delle parti sociali anche nel mondo della scuola e la scoperta del merito, continuerà a generare i mostri che ha già prodotto nelle altre amministrazioni pubbliche, nel migliore dei casi una, mascherata, distribuzione a pioggia su progetti tanto più scritti e descritti quanto più inutili, configurando come straordinarie operazioni del tutto ordinarie, nel peggiore dei casi una distribuzione delle competenze accessorie lasciata all’individuazione di criteri labili, inconsistenti e poco quantificabili ed, in definitiva, affidati al rapporto fiduciario che lega il docente al capo d’istituto o all’organismo incaricato della valutazione.

Tutto ciò ha già dato pessima prova di sé nelle altre amministrazioni dello Stato dove la produttività ed il sistema premiante hanno fatto il loro ingresso a metà negli anni Novanta col solo risultato di produrre una quantità impressionante di carte e di riunioni di contrattazione sindacale in ogni posto di lavoro (centrale, decentrato, ulteriormente decentrato).

Nella scuola l’aggravante sarà costituita dal fatto che viene adombrata la sciagurata ipotesi che la valutazione sulla capacità del docente sia in qualche misura affidata agli stessi discenti se non alle loro famiglie ( forse anche commisurando la produttività della singola scuola e dei docenti stessi alla percentuale dei promossi?).

A margine la stabilizzazione dei docenti precari creerà, inevitabilmente, la necessità di prolungamenti di orario e di spazi fisici necessari allo svolgimento delle nuove attività didattiche e/ o al potenziamento di quelle già esistenti.

Come tutto ciò si leghi alla spending review ed al taglio sui capitoli di funzionamento degli istituti (cioè su quanto è necessario al pagamento delle utenze ed alle manutenzioni ordinarie previste dalla legge nonché alle disposizioni sulla sicurezza che incombono sui Presidi come datori di lavoro) non è chiaro.

Nello stato confusionale in cui versa il Paese ci si è molto allontanati dalla missione costituzionale in materia di cultura, cioè la garanzia dell’istruzione pubblica e  la conservazione e tutela degli strumenti di sostegno alla stessa.

Molti parlano ma pochi considerano che, per fare scuola e per fare cultura, occorrono solo pochi, ma indispensabili fattori, docenti che sappiano parlare  e scrivere in lingua italiana, fonti accessibili – biblioteche ed archivi aperti, più tempo possibile e gratuitamente, al pubblico -  bibliotecari ed archivisti in grado di aggiungere valore alle raccolte mediante la loro protezione, individuazione e contestualizzazione.

 

Cetta Petrollo

(Dirstat Beni Culturali)

Milleitalie > Anno IV - numero 3-6