Libri - Sottomissione

30/12/2014

houellebecq

L'inimicizia è il diavolo in corpo di Houellebecq., una disposizione letterariamente coccolata e mai stanca alla rissa esistenziale e culturale con chicchessia, a prescindere direbbe Totò, purché appartenga alla contemporaneità compreso il lungo e impervio corso delle sue radici europee, niccianamente affondato. Ma ciò che l'allontana dal già visto novecentesco, che fa nuova e interessante la sua denuncia nichilista, e come non adoperare questa parola abusata e impegnativa se il suo probabilissimo alter ego ogni fine scena fa la tara della sua disponibilità al suicidio, è la sua clairté tarantolata, una specie di sguardo etologico sul male e sul malessere di una società storicamente blasonata,  geneticamente decaduta, ex opulenta e pronta alla sottomissione. Etologico perché Houellebecq non tratta la netta e astratta merce concettuale ma solide realtà letterarie  avvinte e sporcate da comportamenti istintivi o meditati di selvaggia sopravvivenza. Sussistono infatti trame diaristiche, poco avventurose, una buona porzione si svolge nel proprio arrondissement un po' come l'amatissimo Huysmans di cui è cultore fanatico e professionale, ma affabili e di gran coerenza geometrica.

Ospitano un inconscio ferito che cammina  in un corpo suo sacrificato facchino e protagonista coi malanni  a piè di pagina,  evidentemente, scusate la parola così lisa, psicosomatici. I due si accompagnano alla ragione acuta, francese, formando un'intelligenza emotiva così densa e fisiologicamente provata nel personaggio e si presume nell'autore, ambedue affetti  da una  fisicità così esaurita, chi non conosce ad esempio le  disavventure odontoiatriche di H. stesso?, da convincere il lettore ad accompagnarli in queste buffe e cerebrali visite quasi pirandelliane a catafratti professori universitari,  a decadute spie di stato tra equivalenti del rosolio, dei soggiorni  riempiti di chiacchiere e delle misteriose figure femminili che vi si affacciano, o a fare da testimoni voyeuristici delle sue siffrediane performances sessuali, probabilmente oniriche.

Il confronto astioso con l'errore è svolto attraverso lo smottamento dei riti borghesi delle istituzioni (politica, università, famiglia...) verso il baratro ludico ed ebete  del tronfio utile personale e della tragica inettitudine sociale, svincolo ultimo secondo Houellebecq della libertà irresponsabile, stressante, innaturale. Se tutta la marxiana sovrastruttura crepa non rimane che la corporalità divagante e compulsiva, dove il protagonista vuole esercitare programmaticamente un testardo inutile e commovente dominio   dell'uomo su una cospicua offerta di giovani corpi,  studentesse precarie e didatticamente disponibili, stagiste del sesso osa dire H. come mimando l'odiato oggi e la sua lingua,  per bocca di François cinico io narrante,  bullo aristocratico e sciatto maudit. Sarà un sesso da sito web, come indefesse marionette digitali, con una funzionalità pornografica e senza desideri in confronto alla quale perfino la ginnastica amorosa del meccanico Casanova felliniano è un inno alla vita.

Ma Houellebecq è un vero, purissimo scrittore, perché malgrado l'antipatia a pelle indotta dall'astio solipsistico del personaggio, con  le sue schifiltose manie e le facili depressioni, il lettore non lo molla come un cane fedele perché quando c'è l'osso buono della scrittura necessaria come l'aria e rigenerante, questo succede. E va avanti con le pratiche novecentesche di afasie incurabili ricomposte per benino e rese presentabili in un nuovo spiazzamento joyciano, ma che pulsano ancora l'emozione della presa. Il flusso di coscienza risulta così domato, educato in un nuovo ordine critico e riflette infine una specie di unità della pena di vivere. 

E' l'aspetto linguistico della sottomissione, parola anima del libro che  riconosce nella determinazione dell'Islam di oggi, la sua diffusione  europea, la sua radicalizzazione teologica, la possibilità non più peregrina di ricacciare a forza il caos  della contemporaneità dentro  nuove gerarchie magari simili a quelle di un nostro passato  spiritualmente per lui glorioso come il Medioevo cristiano. Il disordine mentale, l'allegra e laica incoscienza dell'uomo cittadino e consumatore confuso nel paralizzante imbarazzo della libertà saranno  curati nella calma sottomissione a Dio, i dissesti economici e sociali dell'egualitarismo innaturale e dell'emancipazione della donna idem attraverso una riproduzione di gerarchie rigide e una restaurazione della famiglia patriarcale. E' buffo che alla fine a farsi portatore insano di questa palingenesi musulmana sia lui, François, imperterrito scapolo scopatore che scappa per tutto il libro da qualsiasi impegno sentimentale e familista. Ma quello che a noi interessa, come sempre avviene nella letteratura da quando ha perduto l'aura  e  il bel ruolo di elaborar cantando valori  per la prassi della comunità, è il suo essere un cecchino cinico e preciso delle odierne,  già marce malefatte morali di  una compagine sociale che  ridendo e scherzando laicamente, anche nella sfera religiosa, giunge al  capolinea suicida da setta intontita anni sessanta. Bersagli specifici dell'invettiva filologica di questo moderno Iacopone sono il ribellismo disinvolto dei baby boomers e il loro altrettanto disinvolto imborghesimento con annesse pratiche di occupazione sodale dei lauti spazi delle aziende culturali, la deresponsabilizzazione personale senza fio  rispetto a infatuazioni politiche storicamente sconfessate ... Mao, Stalin, Pol Pot. Il grigio ultimo femminismo socialmente imposto a donne sderenate dal doppio lavoro e a donne, le più giovani, che si riappropriano del corpo mettendolo sfacciatamente in vendita senza intermediari. Le inconsistenze genitoriali delle generazioni socialdemocratiche, allegre e disattente, forse alla base freudianamente di tutto questo ambaradan polemico ... sono atroci le pagine dedicate alla propria famiglia. La leggerezza della proposta di un cristianesimo riformato o cattolico che sia, limata dal tempo e senza appeal per le masse occidentali. Il rapporto debole e impaurito con le migrazioni musulmane in Europa, eventi epocali poco elaborati da un'intellighenzia minimalista e bamboleggiante e sottovalutati da una classe politica mediocre.

La struttura del  libro come un cocktail contiene due parti di lirismo e una di epica cronachistica. Una è il tormento quotidiano sessual-universitario del prof associato, l'altra è l'affinità meditabonda con Huysmans, scrittore dell'estetismo decadente fin de siecle oggetto della sua settennale tesi di dottorato e motore della sua carriera universitaria. La terza è narrativamente la cornice, lo scenario socio politico della vittoria elettorale in Francia del partito della Fratellanza musulmana di un fantomatico Mohamed Ben Abbes nel 2022. Quest'ultima è sì un po' l'anello debole, con  personaggi imbalsamati dalla notorietà come in un museo delle cere, qui Hollande e Valls, là la Le Pen, crocianamente non poesia ma che fa da contrappeso al mugugno intimo come una grande bolla narrativa e attraverso dei piani sequenza  statici e di un  noioso loquace iperrealismo  veicola di più il senso sordo  di minaccia e di  paura  di un totalitarismo  islamico prossimo venturo.

 

 Roberto Milana

(Michel Houellebecq, Sottomissione, Milano, Bompiani, 2015)

Milleitalie > Anno IV - numero 3-6