Libri - Ottavio Bertollo: un uomo in rivolta

28/02/2013

bertolloQualcuno dovrebbe afferrare la disgraziata, seicentesca vicenda di Ottavio Bertollo e farla lievitare in un plot altalenante, mollflandersiano, o in un trattamento filmico dolcemente nichilista nel solco antieroico dei personaggi che in tasca hanno l’indirizzo della morte. Parlo di Lacombe Lucien, di Michel (Jean Paul Belmondo) di “Fino all’ultimo respiro” , di Accattone che, in uno dei più bei finali della cinematografia, sussurra steso a ponte Testaccio e in punto di morte “Mo’ sto bene”. Ma chi era Ottavio Bertollo? Un popolaresco e taciturno eroe ripreso dalla secolare naftalina degli Archivi di Stato o un quasi signorotto alternativo e suscettibile, cane sciolto di razza, una specie di bullo laureato e autoctono, con i suoi scherani omertosi, le sue entrature d’alto bordo da notaro qual era. La risposta è veramente nel vento frullante delle ipotesi suscitate dagli atti del suo processo che Pierino Petrucci ha con perizia e devozione raccolto nel bel libro “Ottavio Bertollo. Una storia vera. Cronache da Vacone: 1575-1638”.Vacone è un magnifico paese della Sabina olearia ed incorrotta e ancora oggi permangono i vicoli e il castello che furono teatro di questa storia. I fratelli Spada nel 1595 acquistano dai Caetani per diecimila scudi il castello di Vacone e il territorio connesso. Da subito come recita l’umanissima querela di Piacentino Bertollo, padre di Ottavio “…volevano tiranneggiare, come tutti (in) effetti si è visto che sempre hanno tiranneggiato, et turbata l’antica pace et quiete di tutto quel popolo trattandolo alla peggio con modi iniqui, bravi, ingiusti, et avari…”. Gaspare Spada pare il più disinvolto e cattivo dei fratelli nell’esercizio delle prerogative semifeudali concesse dallo Stato della Chiesa: dalle corvées ripetute allo sbattere in prigione gli insolerti contadini non prima di averli costretti alla tortura pubblica e squassante della corda . L’origine dell’umorale dissidio tra Gaspare e Ottavio si colloca in una manzoniana nottata in cui il signorotto aveva progettato di amoreggiare con una bella vedova pretendendo di farsela accompagnare in casa propria da un servitorello. Lei testarda, orgogliosa, sabina a quello non apre neanche la porta di casa. Allora si scomoda il conte in persona che riceverà lo stesso trattamento davanti allo sguardo non certo sodale di Ottavio accorso nel frattempo in loco. Questa presenza inquieta e indispone il conte che si darà da fare per punire tanta temerarietà. Il momento arriva quando anche il nostro Ottavio, con l’ardore di un ventiseienne,vorrebbe accompagnarsi con una contadinella imprigionata in una casa in piazza, cercando di entrare con una sassaiola. Convocato da Gaspare Spada succede il patatrac perché Ottavio “ haveva havuto parole con messer Argento et con il conte Gasparo Spada nostro padrone di Vacone…”, per cui viene messo in prigione e torturato alla corda. Scappa di prigione ovvero “rompe le carceri” e viene condannato in contumacia alla pena di 25 anni da scontare, remando, nelle Galee Pontificie. A questo punto uno s’immagina che il giovane notaio si dia alla macchia nei fitti e scuri boschi vaconesi invece “ha praticato con ogni uno pubblicamente con l’arciprete con il podestà chiamato Egidio Folli da Colle Statte e con tutti gli altri di Vacone…”, sfrontatissimo o incosciente il giovane notaio con la non lieve pena sulle spalle ammicca, provoca e schifa e sfida il potere fino alla scena madre del 17 maggio 1602. In una sequela di misteriosi tagli ambientali sempre f rutto di decine di testimonianze incrociate come una sofisticata macchina narrativa d’avanguardia assistiamo ad un rosario di fatti anzi di gesti mai definitivi, tremendamente orfani della verità alla fine dei quali sappiamo solo che un’archibugiata del nostro Bertollo aveva schiantato una chiappa di capitan Lelio Ranieri di Terni mentre scendeva dalla porta del castello in gruppo col conte Gaspare Spada. Una scena degna dei movimenti di macchina di Bertolucci, nervosa, irrisolta come uno sguardo cubista, ascensionale verso l’atto meschino nei suoi esiti ma sublime nel denunciare lo scandalo del potere e poi le discese verso la valle ovvero la consunta e breve libertà. Un editto del Governatore di Roma in persona, evidentemente smosso dall’iracondo conte, pone una taglia esorbitante di quattrocento scudi sulla sua testa, lo condanna a morte e alla confisca dei beni. Tanto poté una natica ferita non si sa quanto in origine cadente. Vaga ora Bertollo come una selvatica stella dell’orsa, scavalcando ancora manzonianamente i confini tra lo stato della chiesa e il regno di Napoli, esercitando professione di archivista fino a che sgherri prezzolati lo cattureranno e lo porteranno a Roma nelle famigerate carceri di Tor di Nona. Il finale non è da meno della suggestiva e intrigante trama precedente, tra scene tragicomiche di torture irresistibili e un colloquio ambiguo e miserabile sotto la finestra del carcere tra Bertollo e il podestà di Vacone, una specie di provocatore che poi per questo sarà ammazzato nel castello “nella propria stanza della residenza con averli date 31 pugnalate con la maggior crudeltà che mai sia intesa”. L’imputato difeso da un luminare di avvocato, sostenuto da amici e sodali, incolpato alla fin fine solo per mezza chiappa strappata, pensa proprio di farcela ad evitare il cappio, ma gli intrighi ormai ossessivi del conte che arriva a scrivere al papa denunciando i ritardi della magistratura romana che mostrava qualche perplessità di fronte a tanta palese ingiustizia, vincono. Racconta Petrucci con amorevole empatia “Siamo al 21 febbraio 1604. Ottavio è condotto, con un triste corteo, verso la piazza antistante al Ponte sant’Angelo…penso al suo sbigottimento, avverto la sua paura, il suo sconforto, la sua angoscia…Ottavio, per le accuse contro di lui ma soprattutto perché non si è mai humiliato al conte, viene impiccato”. Che dolce e incredibile storia mai domata dalla retorica sentimentale o sociale del vendicator cortese e popolare, Bertollo si scrolla dalle spalle qualsiasi cappotto epico che gli vuoi mettere per riscaldarlo ideologicamente, è una figura lirica, un homme révolté camusiano, un ribelle per tigna e per amore della libertà allo stato puro.

Roberto Milana

(Pierino Petrucci Ottavio Bertollo. Una storia vera. Cronache da Vacone: 1575-1638. Vacone, 2012)

Milleitalie > Anno III - numero 1