Libri - Te la racconto così

31/08/2012

telaraccontocosi“Gli anziani, come l'etimologia della parola, , suggerisce sono avanti, conoscono quello che è il senso della vita e capiscono anche che è giusto che la natura faccia il suo corso. Ma proprio per questa loro hanno ancora da dare qualcosa ai giovani riconoscendo che il mondo è loro, facendo comunque tesoro delle esperienze del passato. I vecchi sono quelli che hanno paura di perdere i privilegi che avevano, quelli che cercano di mascherare l'età, quelli che vogliono, per invidia, vedere vecchi anche i giovani, sostenendo che non hanno speranze. I vecchi sono quelli che sostengono che tutto è corrotto perché loro sono corrotti e non vogliono che si creda in un mondo diverso dal loro. Io filosoficamente credo nella saggezza degli anziani, ma odio l'arroganza, la prepotenza, la molesta ignoranza dei vecchi.”

Durante la lettura di un quotidiano nazionale del 17 giugno 2012 mi sono imbattuto in queste piane e intense parole di una lettrice settantenne, Chiara Bonfatti, che scrive così, per dire la sua, un po' per rabbia e un po' per amore. Le ho condivise d'istinto e con dolce meraviglia ho pensato che potevano esprimere il primo dei tanti meriti socioletterari di questo bel libro di Cetta Petrollo. La capacità di parlare ai giovani, adolescenti o preadolescenti che siano, alla loro natura acerba e tremebonda, violenta ed assertiva, attraverso un linguaggio che è una gioiosa macchina espressiva. Adulti giovinastri dei nostri tempi, rancorosi e vanesi come tristi macchiette, venite a sentire come pasolinianamente si parla ai giovani, rispettando la sacralità della loro età e non negando la sana naturalissima invidia per essa. Certo abbiamo a mente il monito di Paul Nizan all'inizio di “Aden Arabia” sul tormento degli anni giovanili ma lì c'è anche la rischiosa bellezza dell'apprendistato, quel farsi e disfarsi delle esperienze che è il senso più profondo della vita.

“Te la racconto così” è un tour di brevi narrazioni favolistiche raccontate da un'attante narratrice a un'ascoltatrice prevedibilmente attenta a quella suadente voce e ignara dei meravigliosi pericoli del mondo. Non c'è condanna a morte che si vuole posticipare o peste trecentesca che si vuole evitare, l'urgenza del racconto è data dall'amore per la vita compresi i suoi tristi ma necessari corollari come la malattia, nel topos ripetuto dei giochi di cortile sospesi o nel buffo e solerte “Amerigo”, e la morte (da “Le pozioncine di Rosanna”). Questo gioioso sentimento verso la vita s'incarna in una memorialistica degli anni cinquanta, l'epoca dell'infanzia dell'autrice, ma non si blocca nostalgicamente perché come avviene nella buona letteratura quel sentimento privato diventa leggero e universale, vale per altre epoche e per altre persone: in questo caso la ragazzina uditrice e il lettore presente e futuro che sfoglia le pagine.

I percorsi narrativi della Petrollo sono spesso legati a degli oggetti (pentoloni, macinini del caffè, caffettiere, il cencio delle contadine, il croccante, le bambole) a delle figure professionali e non (le rosine, l'amante, le mogli-badanti, tante sorelle, bambini e mamme giovani e zitelle, l'avventizio) a delle situazioni concrete e comuni (ufficio, i balli in casa, la famiglia) tutti dall'aria apparentemente desueta e impallidita. Sembrano occasioni montaliane dove riannodare fiabescamente i fili della memoria e trattenere il denso ma episodico significato delle ore vissute ora, adesso, nel ricordo scavato e narrato immediatamente a questa bambina affinché il mondo continui a esistere bene. Le occasioni della Petrollo sono incalzate da una poetica che fa largo uso di protocolli narrativi favolistici che determinano l'impalpabilità dei luoghi e la sospensione del tempo in un'atmosfera da prima comunione col mondo italiano appenninico, costiero, isolano, regionale, impiegatizio, contadino, che si fa via via corposa presenza e denuncia di chi lo ha tradito e rinnegato con una banalità impietosa.

Cetta Petrollo dirige biblioteche di fama con un dolce piglio rinascimentale e così amorevolmente ripetuto è il tema della biblioteca, poetizzato in una metamorfosi ora vegetale, come il magico bosco di Mirta (“Mirta”) ora umana << le direttrici stanno sempre in luoghi elevati o invisibili, così hanno deciso da sempre gli architetti, però ti assicuro, spiano, tutto il giorno spiano, se la biblioteca respira>> (“Biblioteche”). Salta agli occhi anche la presenza preponderante delle figure femminili in questi salotti, cortili, campagne, fabbriche, scuole degli anni cinquanta, una specie di fronte interno della sensibilità e dell'intelligenza che faceva da sponda, anzi da argine, ad una conflittuale, maschile società qui solo accennata. (“Re”), pochi dolcissimi segni, riconoscibili e calzanti per il grande poeta e compagno di vita, Elio Pagliarani, un'amorosa presenza: (“Vecchiaia”).

Anche in questo libro Cetta Petrollo conferma la sua antica attenzione allo sviluppo delle forme dello stile, come sottolineava Amelia Rosselli anni fa, la sua propensione verso operazioni linguistiche complesse e necessarie a che il testo viva e pulsi anche nelle varie pertinenze lessicali, sintattiche, ritmiche, narrative. Già nel precedente “Senza permesso” (Stampa alternativa, 2007) costruiva un espressionistico italo-rumeno per le disavventure di una badante, ora invece inventa un testo pregrammaticale moderno, un amalgama di paratassi mimetica, discorso indiretto libero ed eleganza popolare del ritmo e del vocabolario. Nella lettura gli elementi tecnici della struttura si sciolgono come grasso al calore e rilasciano dei corpi narrativi naturali, esili ma carichi di empatia gioiosa, di entusiasmo del dire: , di ebbrezza civile dei sensi: > (“Come mi piace raccontare”). Il flusso narrativo è sempre sotto il controllo dolcemente ansioso dell’autrice, che marca continuamente il proprio territorio e protegge il canale dalle interferenze dei luoghi comuni (la funzione conativa e quella fàtica, a dirla con Jakobson) che potrebbero avvelenare la comunicazione: (“Te la racconto così”). Come nella ballatetta di Cavalcanti l’autrice moltiplica gli interlocutori e si rivolge in un vigile delirio affabulatorio alle stesse sue creature, ovvero le parole e le figure: (“Prosecco”).

Roberto Milana

Cetta Petrollo, Te la racconto così, Roma, Giulio Perrone, 2012

Milleitalie > Anno II - numero 4