Proprietà letteraria?

23/04/2012

Dalla metà degli anni Novanta le biblioteche hanno iniziato a collocarsi nella rete prima attraverso la creazione di siti statici e autoreferenziali poi, circa un decennio dopo, verso la metà degli anni duemila, mediante la creazione di portali dinamici nei quali fosse attiva l’interazione col frequentatore virtuale e la possibilità di fornire servizi on line.
Si sono così costruite le biblioteche virtuali nelle quali i quattro elementi costituitivi della funzione della biblioteca e cioè il luogo, le raccolte, i bibliotecari ed il pubblico, iniziarono ad essere presenti, alcuni di questi quasi subito ( luogo, per meglio dire, presentazione del luogo, pubblico almeno attraverso la possibilità di presentare richieste tramite e mail, bibliotecari, almeno attraverso la possibilità di rispondere alle e mail) altre successivamente ( le raccolte con digitalizzazione di testi, immagini e cataloghi, la fase della riproduzione dei testi essendosi aperta nella seconda metà degli anni duemila), altre più tardi ancora e non in modo diffuso ( l’interattività dei servizi se parliamo di libri ha ancora molta strada da percorrere, almeno rispetto ad altri settori della pubblica amministrazione).
Le biblioteche digitali oramai sono piene dei simulacri visivi, degli avatar dei loro libri, la disseminazione dell’informazione e dei testi in forma virtuale semplifica e di molto la conclusione delle ricerche soprattutto in considerazione del fatto che Sbn è attivo dall’inizio degli anni Novanta e dunque la base dati su cui ragionare è diventata, dopo trent’anni, davvero ricca e densa di informazioni non solo sui libri stampati in questi ultimi tre decenni ma anche sui libri antichi dal XIV secolo in poi.
E dunque la questione della proprietà degli oggetti che vengono collocati in rete all’interno della complicata e, oramai, ingovernabile disciplina sul diritto d’autore, è divenuta fatto di cui tener conto in modo pressoché continuativo dal momento che il trasferimento degli oggetti dal luogo virtuale pubblico al luogo virtuale privato è commercio e transito costante e avviene con la rapidità della comunicazione digitale.
Decidendo di tenerne conto le strade da percorrere per rispettare in qualche modo le norme sono, credo, solo due, almeno in base alla mia esperienza quasi trentennale di economia digitale nell’erogazione di pubblici servizi.
La prima è quella di fornire un servizio scadente, dunque immagini in bassa risoluzione con le quali non sia possibile fare nient’altro che conoscere in modo assai approssimativo il testo.
E non dotare questi avatar di nessun ingegno in più , il che vuol dire di nessun contributo umano alla spiegazione del testo né di un’ istantaneo arricchimento del bagaglio culturale di chi lo chiede il servizio ( che è poi quello che accadeva nella biblioteca di ottocentesca memoria in cui al fianco delle scansie lettore e bibliotecario si parlavano e si scambiavano informazioni che è poi quello che ancora accade in certe biblioteche baciate dalla fortuna di avere ancora bibliotecari disponibili e lettori che siano davvero lettori di testi, cioè le due posti in cui siano ancora attive le due funzioni dell’ascolto e della lettura).
La seconda è quella di fornire immagini scadenti con possibilità di chiederne a richiesta altre migliori puntando però soprattutto l’attenzione sulla costellazione che ruota intorno all’immagine, la solita costellazione, lettore, bibliotecario, testo. Voglio dire se ci dobbiamo registrare per avere un ‘immagine più definita e pagarne il tributo, o per chiedere l’autorizzazione alla sua pubblicazione, potremmo anche pensare che la registrazione serva ad aumentare la comune conoscenza culturale del testo in quello scambio, meglio, in quella rottura di ambiti, che oramai dovrebbe essere entrata a far parte del nostro quotidiano porci, quotidiano agire, nel web.
Che è quello che facemmo in epoca e in modo pioneristico ( e pagandone tutti i prezzi che pagano le avanguardie quando si muovono) nella biblioteca Alessandrina: un e commerce con carta prepagata di amico della biblioteca con la quale era possibile acquistare e scaricare un ‘immagine ad alta definizione dei materiali che andavamo mettendo in rete e che erano straordinari ( ad esempio i manifesti della prima guerra mondiale).
Parallelamente la realizzazione del sito del libro dedicato all’edizione del Mattioli permetteva non solo la riproduzione delle immagini ma l’interazione con gli studiosi che potevano entrare in rete ed aggiornare i dati, aumentare la conoscenza del testo, insomma, non vorrei essere presuntuosa ma con la nostra squadra avevamo costruito una sorta di facebook culturale. Un erbario commentato da un farmacista o da un bibliofilo oltreché da un bibliotecario e da uno studioso, insomma commentato da chiunque abbia interesse e si incuriosisca sul testo è sicuramente più presnete nell’attualità del nostro vivere che non un erbario di cui ci si occupa solo dalle stesse prospettive percorse e ripercorse da secoli. E questa, quella dell’allargamento della platea dei lettori è sicuramente la nuova dimensione offerta dal digitale.
In finale dobbiamo tenerne conto? Dobbiamo tenere conto delle gabbie giuridiche create in un momento in cui l’economia digitale degli scambi non esisteva?
A mio giudizio sapendo fin d’ora che siamo in ogni caso perdenti perché l’oggetto posto nel web è sicuramente non solo diverso da quello che troviamo materialmente nei nostri depositi, oggetto che profuma, si può rompere, si sfoglia e si tocca, ma anche diverso dalla sua riproduzione giacché navigando da luogo a luogo acquista un valore aggiunto che rende davvero difficile contenere la questione all’interno della tematica individuale del diritto d’autore, accrescendo il web nei vari passaggi gli autori e dunque vanificando l'idea stessa di proprietà letteraria.

Maria Concetta Petrollo

Milleitalie > Anno II - numero 1-2