Tra Futurismo e Visual Design. Attilio Calzavara, architetto (1901-1952)

14/12/2011

L'arte che sale prepotentemente e commuove come un atleta allo stremo, dal di sotto delle committenze politiche, è una questione molto italiana: dalle Signorie del tre, quattrocento alle corti rinascimentali, dal dominio napoleonico al ventennio fascista pullulano le bieche costrizioni, gli arroganti e vanesi diktat che tanti artisti hanno saputo trasformare in opere degne e decisive. E' come se le strettoie minacciose della commissione spingessero l'artista a proteggere la libertà dell'ispirazione e l'autonomia delle proprietà espressive con una cura speciale, materna, maggiore del necessario. E' il caso di Attilio Calzavara (1901-1952) architetto, artista elegante e fieramente libero, e di tanta parte della sua produzione alle prese con la committenza del regime fascista.
Il suo testardo, personale antifascismo gli ha procurato guai pratici ed esclusioni: ha perso la cattedra di disegno all'Accademia, si è dovuto licenziare dal gruppo di Armando Brasini che lavorava intorno al monumento a Vittorio Emanuele II e ha potuto realizzare un solo progetto architettonico, la palestra della scuola Umberto I in Prati, a Roma. Contemporaneamente però la sua attività ha preso a spaziare con seria disinvoltura dall'allestimento di grandi mostre e padiglioni alla grafica editoriale e pubblicitaria, al disegno di oggetti d'uso quotidiano in un rapporto di continua committenza con l'ONB (opera nazionale balilla), col Ministero dei Lavori Pubblici, quello dei Trasporti e altre istituzioni ufficiali. Testimoniando il fatto, ormai acclarato, che nel campo culturale il regime non era così chiuso e oscurantista, sia nelle pieghe dell'ufficialità artistica come Del Debbio, Branzini, sia nei vertici statali come Araldo di Crollalanza Ministro dei Lavori Pubblici.
Sulla figura e sull'opera di Attilio Calzavara si è discusso a Roma, il 14 novembre, nella splendida sala della Crociera del Mibac, in un incontro promosso da Maria Concetta Petrollo Pagliarani, direttrice della BiASA.
Nei suoi interventi la Prof.ssa Maria Grazia D'Amelio dell'Università di Tor Vergata, ha svolto un'estesa e dettagliata disamina della coerenza stilistica tra sintesi plastica novecentesca e tecniche di spiazzamento prospettico futurista. Decine di opere dell'artista padovano, illustrate in power point ad un pubblico nutrito e attentissimo, scorrevano sullo schermo: i diplomi e le cartoline per l'ONB, le tempere per il volume del decennale dei lavori Pubblici, i padiglioni come quello dell'Ala Libera, il manifesto per la II Mostra del giocattolo italiano e quello aerografato per la ferrovia del Vaticano ecc.
L'arch. Luigi Prisco ha contestato poi la raffigurazione rispoltiana,vagamente paternalistica, di Calzavara artista minore, condensata nella formula lapidaria, tecnicamente riduttiva di “artista transattivo”, che non coglie quella tensione innovatrice, messa in risalto anche da Marco Ancora, che anticipa le tecniche e lo spirito del disegno industriale, del visual design, generi assolutamente da riconsiderare nella loro dignità artistica, in un contemporaneità in cui l'effimero ormai marca l'arte.
Alla fine dell'incontro c'è stato un intervento simpaticamente struggente della figlia Elisa che ha precisato il carattere assolutamente laico della cupola di San Pietro nel manifesto delle ferrovie al Vaticano soffermandosi poi su altri aspetti significativi dell'integrità estetica e morale del padre.

Roberto Milana

 

Milleitalie > Anno I - numero 6