Songs from the room

14/12/2011

È bene cominciare con una dichiarazione di resa, alzare bandiera bianca e lasciare che sventoli sul pennone più alto, perché sia vista chiaramente anche da coloro che si illudono di intrappolare Leonard Cohen nei loro infallibili intrecci esegetici.
Qualche parola, comunque, possiamo pur spenderla. Giusto per dire, ad esempio, di quanto Songs from a room – suo secondo album – sia spietato, di quanto faccia sanguinare e di come sia caldo il manto delle sue note, di come sia lenitivo il suo abbraccio. Di come la sua musica – che si sdipana in dodici tracce – compia il miracolo, riuscendo a raggiungere, per sottrazione, la scabra e viscerale intensità della voce del poeta, persa nell'evocazione di “cori di mezzanotte” e amori svaniti.
È folk ridotto al minimo, ammesso che folk sia: sono nenie soffuse e arpeggi febbrili, contenitori essenziali di tragedie individuali che si fanno universali senza passare per l'impegno sociale o politico. Cohen è in un certo senso l'anti-Dylan, è la sua negazione e il suo superamento. Se Mr Zimmerman è l'allucinato profeta che coi suoi azzardati flussi poetici coniuga ansia di redenzione e chiamata alle armi – parlo, beninteso, del primo Dylan assurto, “nonostante sé”, a voce generazionale – Cohen è il solitario e composto artigiano della canzone, il meticoloso intarsiatore di melodie e parole che parla al mondo dalla nuda intimità della sua stanza.
Songs from a room, appunto. Eppure, con quell'inglese pulito che rifiuta la minima concessione allo slang tanto di moda presso i colleghi cantautori e con quella «golden voice», per citare Tower of song, monotona e raramente “sopra le righe”, Leonard affonda nella modernità. L'aggredisce, con lirismo e gentilezza, se ne appropria e la destruttura in immagini che travalicano le contingenze storiche.
L'album si apre con uno dei cavalli di battaglia più conosciuti e apprezzati: Bird on the wire, ovvero una dichiarazione di impotenza che prende alla gola. Ha il sapore della stanchezza lieve di chi ha giocato tutte le sue carte per conquistare una libertà che non è dato raggiungere: «come un uccello su un filo / come un ubriaco in un coro di mezzanotte / ho cercato a modo mio di essere libero».
Story of Isaac si iscrive all'interno del vasto gruppo di liriche che traboccano di rimandi biblici e religiosi, rimandi che hanno natura simbolica e, sotto vesti antiche millenni, parlano all'oggi e dell'oggi. In The partisan, rielaborazione di una vecchia canzone degli anni '40 dedicata a un ragazzo ucciso dai tedeschi, è il tema dell'estraneità e del nomadismo a essere affrontato, dell'irrequieta fuga che è cifra esistenziale universale e, peraltro, tragica e concreta realtà legata alla condizione ebraica cui lo stesso musicista appartiene e che non di rado evoca nelle sue canzoni. Alla spinta verso un altrove – parallelo figurativamente “geografico” della voglia di evasione puramente interiore del primo pezzo – si associa qui il dramma della guerra e dell'urlato desiderio di pace («Il
vento, il vento sta soffiando / attraverso le tombe il vento sta soffiando / la libertà ritornerà presto e allora noi usciremo dall’ombra»).
Ancora, Seems so long ago, Nancy è un'impietosa confessione di colpevolezza, l'ammissione di non aver saputo vincere i pregiudizi e di aver ingannato una donna, di aver giaciuto con lei sapendo che nessun legame vero avrebbe potuto darsi con chi era figlia di un passato non chiaro.
Dominano, in questi e negli altri brani dell'album, tinte scure e lacrime più o meno trattenute. Un dolcissimo gemito di dolore sembra echeggiare lungo tutte le tracce del disco, un sordo lamento che sottolinea un fallimento rispetto all'amore e all'anelito di libertà, a realtà spacciate per eroiche ed ideali e rivelatesi poi umane, troppo umane. Eppure, nella stanza del poeta pare esserci una piccola finestra, un angusto pertugio da cui però riesce a filtrare un barlume di luce.
Tonight will be fine, posta in chiusura, è una promessa di una felicità da conquistare, si intuisce, nell'amplesso amoroso e nella più viscerale istintualità. In una precarietà tragica che non prevede sorrisi che non siano fugaci ed evanescenti parentesi, può esser raggiunto uno stato di grazia benedetto dall'amore carnale. E non potevano esserci conclusioni migliori.

Marco Giorgerini

Milleitalie > Anno I - numero 6