Bruno Conte e le sue favole

08/11/2011

Una favola dice da sola qualcosa sul mondo, un centinaio sono in grado invece di edificarne un altro, marxianamente. Dove gli atti formali della conoscenza lasciano il posto alla sobria furia del cambiamento. E' così pienamente il caso delle Ovole favole di Bruno Conte che a scorrerle sembrano cronache di un paese fisicamente in rodaggio, dove scompaiono i principi della gravità e della determinazione per far posto fenomenologicamente a rapprese storie iniziatiche. Ma quando si tirano i fili delle fresche categorie di questo nuovo mondo, rimangono in mano labili e insostanziali fumi, a dirla con un Palazzeschi a denti stretti , che si diverte nell'acido sollazzo del pensiero negativo a lui coevo.
Il locus atrocemente ameno di Conte è composto di scorci della geografia favolistica: boschi, orticelli, patateti, campi e laghetti, montagne e penisole..., immersi in una dimensione spoglia e lunare, ovvero priva di qualsiasi rigoglio naturalistico. Avvengono qui vicende a volte di una densità apocalittica ma sempre narrativamente scarne, come tappe di un tour dell'arido e necessario vero che si susseguono imperturbabili.
In questi scenari agiscono personaggi attinti dalle tipologie social-medievali delle favole: maghi, gnomi, briganti, eremiti, nani, giganti, alchimisti, fate, re, regine, principesse..., oppure dalle province di un italietta appenninica di macellai, pensionati, violinisti, professori, scolari, filosofi, medici, viaggiatori, viandanti, contadini...
Ogni racconto regolarmente si avvia dalla vaga ma perentoria presentazione del protagonista, sicché la storia che si dipana sembra proprio un vestito cucito addosso a lui. Questa vaghezza si espande anche all'ambiente, affetto da una metafisica genericità che accoglie invece fatti di una dolorosa precisione, inquietanti per l'asettica casistica del male (l'uomo che appena coricato si trovò impietrito in un buio fitto e profondo, bambini impauriti d una vecchina che li stampa addosso a una parete, l'omino Babbeo mangiato dall'amico orso...) offerta come una specie di ginnastica della sofferenza.
Spesso l'evidenza netta dei fatti è cosi comprensiva che accoglie tutto, ma proprio tutto quello che accade e quello che può accadere, fino alla frequentazione delle periferie tremende e letterarie dell'assurdo. A parte il brano di Theodoro Ulm, più kafkiano di Kafka, per l'opera intera spenderei di più il nome di Leopardi delle Operette morali, per la vaghezza, la strana territorialità, il grottesco lieve e il ritorno di un'eco filosofica malgrado la fissità ermetica di molti finali di favola. E poi la grossa talpa seduta ed eretta, non può non farci pensare alla gigantesca matrigna matrona natura del dialogo con l'Islandese. Comunque il pessimismo ebraico, mitteleuropeo dello scrittore praghese presenta una disperazione risoluta e devitalizzata, una muta agonia, quello leopardiano nella sua volontà affermativa della voce spiegata trasmette invece la vitalità del desiderio represso, della prigionia del dolore. Anche le Ovole favole di Conte, malgrado la freddezza artigianale di un linguaggio sorvegliato, comunicano il dinamismo interiore di una quete continua dei personaggi, come la fanciulla Zara che attende nel reticolo del suo spazio tempo uno spiraglio, come se qualcuno potesse bussare...
Altre novelle sembrano portarci nel mondo stralunato, come un sottovuoto teatrale, di Perelà l'incorporeo uomo di fumo del Palazzeschi futurista: personaggi che si “immateriano” negli oggetti come il violinista col suo strumento o la piccola Marie con la credenza della cucina di casa, altri ancora che perseguono decisamente l'ironia come l'eremita che capita nel paese degli eremiti o la lampada dei desideri in formato bomboletta spray, pure esaurita.
Bruno Conte è anche un artista importante e qui ha inserito alcuni disegni semanticamente quasi confondibili con le favole, per quanto interpretano il loro spirito di metafisica vaghezza attraverso un segno grafico di significativa immaterialità.

Bruno Conte - Ovole Favole
Roma - Onix ed. 2011

Roberto Milana

Milleitalie > Anno I - numero 4-5