Prosa - Biblioteche

08/11/2011

E adesso che sto per lasciarle ti racconto la favola delle biblioteche.
Le biblioteche sono come le persone, non ce n’è una uguale a un’altra e proprio come fanno i vestiti che modificano i corpi, li truccano, li travestono, così le biblioteche rimangono attaccate addosso a chi ci lavora perciò in certe i bibliotecari sono silenziosi e scivolano nei corridoi invisibili a se stessi e agli altri, in altre sono chiassosi e si radunano in capannelli, si mischiano ai ragazzi, parlano come al mercato, fanno telegiornale, in altre ancora studiano, studiano, studiano, girando di sala in sala, in altre ancora pregano come in chiesa alla domenica.
E certe sono aperte verso il monte con grandi vetrate e scaffalature leggere, certe altre sono ripiegate verso l’interno come l’incendio di un vulcano e il fumo dell’incendio muove le facciate al tramonto del sole, certe altre assorbono il rumore dei pattini degli spiazzi, delle logge, dei colonnati.
In alcune è bello ascoltare la pioggia quando fa freddino. In altre ci si rifugia in agosto, a luce radente, preparando il prossimo esame. Di altre è bello il corteggiamento vicino alla bacheca prendendo il caffè tossico delle macchinette.
E se mai girerai per biblioteche (ma tu gira, gira! Non sai quanto calmino il cuore e la mente, psicoterapia per cervelli assetati di vita) vedrai passare talvolta certe signore che si fermano qua e là come a casa propria, raddrizzano un libro, appiccicano un cartellino, spostano una sedia, ruotano una lampada, salgono sempre ai piani superiori o nascosti, perché così è: le direttrici stanno sempre in luoghi elevati o invisibili, così hanno deciso da sempre gli architetti, però ti assicuro, spiano, tutto il giorno spiano, se la biblioteca respira.

Cetta Petrollo

Milleitalie > Anno I - numero 4-5