Ai tempi del Coronavirus - Innanzitutto i numeri, ma per farci cosa ?

28/06/2021

        Innanzitutto i numeri, si sente spesso dire. Bene, seguiamo l'invito. Alcuni giorni fa (21 Aprile 2021[1]) sul quotidiano il Giornale si poneva un problema su cui molti si stanno interrogando. Perché si parla così spesso delle conseguenze (sfavorevoli) del vaccino AstraZeneca e così poco, o per nulla, delle conseguenze (sfavorevoli) del vaccino prodotto dalla Pfizer? Martina Piumatti ha pubblicato un articolo ricco di riferimenti (link a fonti originarie) intitolato "Trombosi anche con Pfizer". Svelati i dati del report sul vaccino.

        Nel testo, colpisce immediatamente la seguente osservazione: "Pierpaolo Pellicori, cardiologo e ricercatore presso l'ospedale dell'Università di Glasgow manda ai colleghi italiani un messaggio Whatsapp: "Fino al 28 febbraio 2021 sono state somministrate in UK circa 10,7 milioni di dosi Pfizer e 9,7 milioni di dosi AstraZeneca. Tra gli eventi avversi riportati nei giorni successivi alla vaccinazione, ci sono stati: infarto cardiaco AZ 36 (17 fatali), Pfizer30 (6 fatali); ictus AZ 71 (10 fatali), Pfizer100 (10 fatali); embolia polmonare AZ 13 (1 fatale), Pfizer15 (1 fatale); trombosi venosa AZ 14 (zero fatale), Pfizer8 (zero fatale); piastrine basse (trombocitopenia) AZ 35 (1 fatale), Pfizer22 (1 fatale). Morti AZ 275, Pfizer227".

        La comunicazione del ricercatore (agile, come si usa in questi anni) è apparentemente chiara, addirittura plastica: ma non lo è su un punto. I totali sul numero dei morti indicati alla fine del testo non sono coerenti con i valori citati poco prima. Sono più elevati della somma degli addendi riferibili ai due vaccini analizzati, AstraZeneca e Pfizer-Biontech. Come mai? Un errore o una svista? Dovuta a che, a fretta o sciatteria? Non lo sapremo mai.

        Anche gli scienziati, si dirà, comunicano meglio quando si esprimono ricorrendo a un linguaggio più ordinario, simile a quello che tutti usiamo quotidianamente e non a quello dei numeri. E allora, ad esempio, leggo sul Corriere online del 21 aprile[2]

        Domanda: "Mantenere il coprifuoco alle 22 è sensato?"

        Risposta: "Si, funziona da deterrente. Introducendo a livello psicologico un segnale d'allerta. Il coprifuoco ricorda i comportamenti individuali da tenere e che non siamo liberi tutti. Se alle 22 devi stare a casa, gestisci gli spostamenti, eviti gli incontri non necessari."

        A parlare non è una psicologa comportamentale. No. E' Lucia Bisceglia, Presidente dell'Associazione italiana di epidemiologia, una specialista che evidentemente non si preoccupa di saltare a piè pari in un territorio che forse non è quello di elezione. Viviamo in un epoca in cui (per fortuna, direi) le barriere disciplinari si abbassano. Ma cerchiamo di capire meglio il messaggio. La Treccani ci spiega che un deterrente è ciò che "ha il potere, o lo scopo, di trattenere o distogliere dal compiere un'azione illecita o dannosa''[3] . Dunque l'idea suggerita è che mantenere per decreto il coprifuoco alle 22 tratterrà o distoglierà gli individui dal compiere un'azione illecita (evitando, peraltro, di incorrere in sanzioni salate) o pericolosa (evitando di contagiare o essere contagiati da qualcuno). Ma è così?

        Abbiamo sentito in questi giorni il Presidente del consiglio dei Ministri parlare di "rischio calcolato". Apparentemente la decisione di lasciare libere le persone di uscire o richiedere loro di rimanere chiuse in casa sembrerebbe una decisione di natura squisitamente tecnica (calcolare il rischio).

        Innanzitutto, i calcoli da fare sono più di uno perché i rischi (e i possibili risultati, favorevoli o sfavorevoli) da calcolare sono più di uno e di natura diversa. Il primo riguarda il rischio di incappare in un controllo ed eventualmente essere sanzionati. Il secondo ha a che fare con il rischio di essere contagiati o di contagiare qualcun altro che potremmo incontrare avendo deciso di circolare, nella notte, dopo le 22.

        Nel primo calcolo capiamo subito che la sola presenza di un deterrente formale non è sufficiente a trattenere o distogliere qualcuno dal compiere un'azione illecita o dannosa. Il deterrente deve essere credibile. E, soprattutto, la sua credibilità non è scontabile. Solo quando saremo sicuri che i controlli stradali saranno proporzionati, continui ed effettivi negli esiti potremo aspettarci che colui che deve scegliere tra le due opzioni (rimanere a casa o uscire, dopo le ore 22), conoscendo come vanno le cose, ne terrà conto. E propenderà per evitare il rischio solo se le probabilità di incappare in un controllo -- dovunque si vada, a qualsiasi ora della notte si decida di circolare e di vedersi irrogare una sanzione — saranno tutte molto alte.

        Un calcolo come questo non è complicato, ciò che è complicato è disporre di tutte le informazioni pertinenti per poter calcolare in modo affidabile il rischio che stiamo per correre. Siccome tali informazioni non sono di dominio pubblico, non possiamo fare un calcolo fondato su "dati di fatto!" ma solo formulare congetture, più o meno distorte, a seconda delle informazioni usate. Insomma, senza informazioni o con informazioni inaffidabili con cui calcolare, ne usciremmo male: messi all'angolo, in una posizione di stallo provocato dall'incertezza. Perciò — ci viene detto - - è prudente rimanere confinati a casa (una forma di paralisi più tenue, evidentemente). Ma è importante ricordarci che la scelta non è determinata da un calcolo. Ma, all'opposto, dal fatto che non possiamo fare il calcolo richiesto.

        Il secondo caso riguarda contagiosità associabile alle uscite notturne. Il dilemma è stato tradotto nelle contese politico-giornalistiche di questi giorni nell'alternativa tra "coprifuoco si" o "coprifuoco no". Anche qui mi chiedo: come calcolare questo tipo di minaccia?

        La questione è delicata perché si tratta di capire se sia più pericoloso, per ciascuno di noi, rimanere al chiuso o all'aperto e quanto lo stare al chiuso o all'aperto incida sulla estensione del contagio. Insomma, si tratta di capire quali fattori scatenino o contengano, nei due casi, la diffusione o l'accelerazione del contagio provocato dal virus. In questo caso "stare all'aperto" equivale a dire "entrare in contatto" con altri e dunque consentire al virus di scatenare tutta la sua forza virale e mortale: entrare in contatto => contagio => pericolo di essere infettati dal Covid 19 (dove il simbolo “=>” sta per "implica che"). Ancora una volta il calcolo non è così facile da effettuare.

        Come è noto, le posizioni degli scienziati in proposito non collimano. Non sono pochi coloro che sostengono che il virus si diffonde più estesamente e, più rapidamente al chiuso che all'aperto. Il problema pratico riguarda la possibilità di stabilire in che misura ciascuno di noi può contagiare o essere contagiato da altri per via aerea.

        Un articolo pubblicato poco meno di un anno fa sul New York Times, Tara Parker-Pope ha discusso la questione[4] , affidandosi a Linsey Marr -- professoressa di ingegneria civile e ambientale alla Virginia Tech, esperta in materia di trasmissione per via aerea dei contagi da virus[5] , in particolare da Covid19. Una materia poco studiata. Un esempio può aiutarci a capire. E' stato calcolato quanti virus possano essere trasmessi durante un abbraccio. Anche se non ci sono dati precisi su quanti virus siano necessari per far ammalare una persona, i risultati sono sorprendenti[6] . Si stima che per far ammalare qualcuno ci vogliano tra le 200 e le 1.000 copie del virus. Un colpo di tosse, in condizioni normali, in media produce tra i 5 e i 10 mila virus, la gran parte dei quali cade a terra o si deposita nelle superfici vicine. Quando uno tossisce, le persone nelle vicinanze possono inalare circa il 2% del liquido prodotto dal colpo di tosse, ovvero tra i 100 e i 200 virus. Ma solo una frazione minima di tali virus, pari all'1% delle particelle in volo, è vitale e può infettare la persona con cui entrano in contatto. Perciò, pur non conoscendo quanti virus siano necessari per far ammalare una persona sana, se durante un abbraccio non si parla e non si tossisce, le probabilità di contagiare o essere contagiati è davvero molto bassa.

        Molti altri scienziati, tuttavia, sostengono che la diffusione del virus che causa il Covid19 non potrebbe essere spiegata pienamente senza considerare anche la possibilità che esso sia trasmesso per via aerea. E concludono che, nel frattempo, data l'incertezza sulla quantità di virus necessaria a contagiare una persona[7], è comunque saggio comportarsi con cautela. E nel caso, proteggersi con la mascherina. Non parlare o tossire di fronte all'altro, ma volgere il volto in altra direzione. Non abbracciare persone che stanno tossendo o non appaiono in buona salute mostrando sintomi analoghi. Insomma, calcolare va bene, può rasserenare, ma siccome le situazioni in cui possiamo essere coinvolte sono molte ed è impossibile prevedere tutti i dettagli che possono influenzare il contagio, è bene evitare comportamenti azzardati. Rimedi che non stenterei a definire antichi (filtrare, isolare, richiudere), in caso di malattie così contagiose, se non pre-scientifici, perché non dipendono né da "calcoli", né da "evidenze sperimentali" confermate.

        Un ulteriore aiuto alla comprensione delle situazioni in cui ci troviamo a vivere, è stato recentemente messo a disposizione del pubblico dalla Scuola di salute pubblica dell'Università di Harvard che ha realizzato un'applicazione (https://covid-19.forhealth.org/covid-19-transmission[1]calculator/) che consente di valutare il rischio di contagio negli ambienti chiusi e associato ai comportamenti che le persone adottano[8]. L'applicazione tiene conto di alcuni eventi che favoriscono la diffusione del Covid19 (la presenza, nei contesti esaminati, dei cosiddetti super-spreaders) e per effetto di tale scelta i valori prodotti dall'algoritmo possono sopravvalutare i rischi effettivi. Tenuto conto di ciò, è interessante confrontare i risultati relativi alla rischiosità emergente in due contesti differenti come un appartamento di 95 mq e quello di un locale più vasto, di 500 mq di superficie (per 3 m di altezza). A parità di condizioni di partenza, considerando che nella nostra vita quotidiana "abbassiamo la guardia" (rimaniamo per lunghe ore chiusi in casa; in una casa ben pulita si, ma che aeriamo per un'oretta o due, ma non oltre, ogni giorno; in cui noi ci laviamo spesso le mani, ma non ci preoccupiamo di indossare le mascherine), mentre nei locali pubblici alcuni controlli sono svolti regolarmente e in modo attento (in ingresso, nel corso della permanenza dei clienti, che di solito dura più o meno un'ora, rimanendo essi in piedi o mettendosi seduti ai tavoli, distanziati tra loro e situati in ambienti aerati e sanificati continuamente e quasi indossando quasi sempre una mascherina): bene si calcola che nel primo caso (l'appartamento) il rischio è molto più elevato che nel secondo (il locale pubblico). In particolare, nel secondo caso la rischiosità è inferiore o pari a 0,01 (≤1%) e quindi, in un ambiente come questo, che un virus in circolazione possa trasmettere il Covid19 può essere considerato un evento molto, molto raro.

        Insomma, appena proviamo a calcolare (individualmente, come ci viene suggerito) ci accorgiamo che non si capisce a quale tipo di calcoli siano effettivamente ancorate le misure adottate anche dal Governo italiano. E ciò non aiuta a fidarci delle istituzioni che sostengono di agire in base al "calcolo del rischio" e richiedono a noi di "calcolare il rischio" che corriamo mettendoci di nuovo in circolazione. In verità, lo sappiamo, nella nostra esperienza di esseri umani fronteggiamo costantemente eventi dai contorni incerti, per capirli meglio usiamo misure che poi ci accorgiamo essere imprecise, scopriamo che le conseguenze di ciò che decidiamo di fare sono spesso sorprendenti o inattese. Così è capitato, ancora una volta, osservando le vicende scatenate dalla pandemia da Covid19.

        Alcuni hanno sollevato da tempo la questione, ribaltando il quadro di riferimento. Ad esempio, il sociologo francese Michel Maffesoli ha parlato senza mezzi termini di isteria politica, sostenendo che la disciplina sanitaria messe in campo dalle élite politiche chiamate a fronteggiare la pandemia da Covid19 ha prodotto nelle società in cui viviamo uno stato mentale collettivo più vicino alla “phobie hypocondriaque et d'angoisse paranoiaque” che alla consapevolezza equilibrata di cui avremmo bisogno di dotarci per affrontare assieme una sfida così drammatica.

        L'analisi del sociologo francese è suggestiva: "A fronte del cambiamento di paradigma (introdotto ai fini della gestione della "crisi sanitaria") dello stare insieme, riabilitando i legami di prossimità, una estetica condivisa, un ancoraggio locale, il cambiamento d'epoca, le élites si aggrappano ai valori consunti della modernità — individualismo, razionalismo, produttivismo. A questo fine esse attaccano la stessa essenza del vivere assieme, dello stare in gruppo, i rituali, sia festivi sia funerari, religiosi o associativi, tutti gli eventi e i fenomeni sociali non utilitari. Tutto ciò in nome dell'isolamento egoisticamente destinato alla preservazione di un pezzetto d'esistenza. Tale conservazione calcolata da un punto di vista puramente quantitativo (la speranza di vita) a scapito della qualità della vita (l'amore, l'amicizia, le discussioni tra pari, la trasmissione della cultura tra generazioni, ...) dipende da una concezione autoritaria dell'esistenza. Ed è inquietante che tutte le istituzioni, incluse quelle democratiche, religiose, filosofiche, approvino ovvero, in ogni caso, si sottomettano a questo asservimento."[9].

        Ci viene detto di calcolare il rischio prima di agire. Ma abbiamo capito che calcolare non è la soluzione più agevole da maneggiare, né la più affidabile, date le informazioni a nostra disposizione. Se poi scopriamo che i calcoli sembrano suggerire che si può fare di più, di poterci muovere di nuovo, di poter riprendere i contatti e le nostre pratiche quotidiane usuali, ci viene consigliato di essere prudenti. E se siamo prudenti, veniamo informati che per la nostra sicurezza sarebbe meglio rimanere del tutto o quasi isolati, in casa.

        In definitiva, è come se i calcoli che facciamo noi o che fa l'esperto per noi non fossero del tutto credibili. Ma allora, una simile catena di decisioni tanto inconcludenti quanto perentorie può farci ragionevolmente sospettare che se non dipende dalla incapacità di chi governa, forse non dipende neppure dalla volontà che esso esprime di risolvere in modo consapevole e scientificamente fondato la "crisi sanitaria", quanto piuttosto dalla ossessione delle élite che oggi governano di perdere il controllo di un Paese che sembra scappare altrove. Non meraviglia, quindi, che la percezione del rischio sia alta non per effetto dei calcoli che si fanno, quanto per il basso livello di fiducia che le persone nutrono nei confronti delle istituzioni pubbliche, le principali responsabili della gestione della “crisi sanitaria” che si protrae da un anno.

Roma, 24 aprile 2021

Nereo Zamaro



[1] Si veda: https://www.ilgiornale.it/news/cronache/trombosi-anche-pfizer-i-dati-nascosti-sul-vaccino-1940420.html

[2] Intervista di Margherita De Bac "Al Sud il virus è ancora in crescita. Scelta prematura riaprire adesso", si veda: https://www.corriere.it/cronache/21_aprile_19/riaperture-l-epidemiologa-bisceglia-premature-coprifuoco-va[2]mantenuto-bfc2e804-a139-11eb-8f82-b67ef1674282.shtm

[3] Si veda in: https://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/deterrente/

[4] Tara Parker-Pope, The Scientist, the Air and the Virus, 20 giugno 2020. Si veda: https://www.nytimes.com/2020/06/12/well/live/Coronavirus-aerosols-linsey-marr.html

[5] Yang, W., Elanlcumaran, S., & Man, L. G. (2011). Concentrations and size distributions of airborne influenza A viruses measured indoors at a health centre, a day-care centre and on aeroplanes. Journal of the Royal Society Interface, 8(61), 1176-1184.

[6] Tara Parker-Pope, How to hug during a pandemic, 7 giugno 2020. Si veda: https://www.nytimes.com/2020/06/04/well/family/coronavirus-pandemic-hug-mask.html

[7] WHO, Modes of transmission of virus causing COVID-19: implications for IPC precaution recommendations, 9 luglio 2020. Si veda: https://www.who.int/publications/i/item/modes-of-transmission-of-virus-causing-covid-19-implications[7]for-ipc-precaution-recommendations

[8] Il modello è stato discusso in: Azimi, P., Keshavarz, Z., Laurent, J. G. C., Stephens, B., & Allen, J. G. (2021). Mechanistic transmission modeling of COVID-19 on the Diamond Princess cruise ship demonstrates the importance of aerosol transmission. Proceedings of the National Academy of Sciences, 118(8). L'articolo può essere scaricato da qui: https://www.tmas.org/content/pnas/1 I 8/8/e20154821 I 8.full.pdf

[9] Jérôme Blanchet-Gravel , Hypocondrie et anxiété sociale, nouvelles religions d'État! 23 ottobre 2020. Si veda: https://www.causeur.fr/michel-maffesoli-hypocondrie-couvre-feu-anxiete-185716 . Traduzione nostra

Milleitalie > Anno XI - numero 1-3