Ai tempi del Coronavirus - Donne e uomini nel post Covid19

30/04/2020

Ho vissuto la rivoluzione femminista da lontano, nel senso che non ero in condizione di partecipare ai cortei, di portare striscioni e cartelloni, di invadere le chiese, di partecipare ai collettivi dove le donne, tutte insieme, mettevano a fuoco i loro problemi, non esclusi quelli psicologici. E tutte insieme cercavano di spianare gli inevitabili dubbi e di sentirsi forti, di lottare tutte insieme contro i sensi di colpa. 

Non ci pensavo proprio a gridare il mio corpo è mio, il mio utero è mio, eppure  i miei piccoli gesti quotidiani, l’organizzazione della mia vita, la mia lotta silenziosa, solitaria,  piena di dubbi e sensi di colpa, mi mettevano continuamente in condizione di essere criticata, anzi redarguita, emarginata, socialmente punita, a volte massacrata da giudizi velenosi.

Vivevo al sud, in un sud che più a sud non si può, e non per ragioni di latitudine e di longitudine. Era una questione di testa, di mentalità maschilista, di talebani nostrani. Dove un’intellettuale è una p… per statuto, la donna è spiaccicata sulla funzione di “vestaglia” del focolare domestico e, se va a lavorare, ad esempio a insegnare, va solo per portare uno stipendio a casa e non si deve permettere di avere ambizioni di carriera.

Io la mia guerra l’ho fatta, pagando un prezzo altissimo, ma i miei risultati non li ho mai considerati vittorie di Pirro, anche se ogni volta ci perdevo tutti gli elefanti.

Ho messo in campo questo sussulto del mio io trofico, non per una inutile revanche personale.

Volevo dire alle donne giovani che io, e le altre donne mie coeve, abbiamo consegnato loro una condizione di leggerezza morale e sociale che neanche sospettano “di che lacrime grondi e di che sangue”. E che loro non ne abbiano alcuna consapevolezza è evidente ora più che mai, ora che le costrizioni della quasi post pandemia ci mettono davanti a contraddizioni non nuove, ma che giacevano al fondo della coscienza, bene ovattate da uno stile di vita più o meno comodo, più o meno consumistico, più o meno gratificante, più o meno felice.

Ora nelle disposizioni dei pdcm post covid emerge, e anche senza chiasso, con una parvenza di estrema naturalezza, il maschilismo di sempre, ma anche un po’ di ritorno, della nostra società interpretata da questi politici che ci ritroviamo e che il grande popolo italiano manda a governarci.

E così le donne giovani si stanno svegliando dal sonno di Biancaneve e cominciano ad alzare il tiro. Alludo, ad esempio, alla Lettera della mamme alla Ministra dell’Istruzione per la mancata apertura delle scuole. Insieme a questa lettera è proliferata una serie di altre proteste in forma epistolare rivolte alla suddetta Ministra.

La caratteristica di questi documenti è che sono, tranne alcuni casi, a firma e a nome delle mamme. E va bene che siamo nell’Italia mammona e mammista, ma il problema dei figli non è solo delle donne, a meno che non si tratta di maternità single.

Insomma gli uomini, che dovrebbero metterci la faccia e la firma, non ci sono, anche se in alcuni documenti la firma c’è, ma non mi sembra una situazione paritaria.

Capisco le mamme, sulle quali, tranne in alcuni casi di buono equilibrio di coppia, si riverseranno tutti i problemi della custodia e assistenza dei figli minori a casa per la mancata riapertura delle scuole. Saranno le donne a continuare lo smart world, con tutte le difficoltà del caso, per non parlare di quante donne, non potendo riprendere il loro lavoro precario, perderanno il lavoro, appunto.

Non mi sembra che ci sia un convinto sostegno della società maschile a quella femminile, se non una solidarietà, più pietosa e formale, che sostanziale.

È che l’atteggiamento delle donne appare fragile, come se i propri bisogni di persone non fossero diritti e allora ci si nasconde dietro i diritti dei bambini alla vita sociale, al gioco, all’esperienza di gruppo, e non si ha il coraggio di mettere in cima all’elenco un’altra legittima richiesta: quella di poter affidare alla scuola i propri figli, per consentire loro di andare a lavorare.

La scuola, tra le altre sue funzioni, deve anche custodire e accudire i minori e non perché è adibita a parcheggio, ma perché  questo compito rientra nel progetto più ampio di società educante di cui essa scuola è sinergia specifica e integrante. Nel senso che contribuisce ad un equilibrio sociale, con la famiglia e non contro la famiglia.

Ma la famiglia è costituita anche dai padri, quando ci sono, e non c’è bisogno di essere padri, per poter sostenere i diritti delle donne: basta vederli questi diritti, accettarli, sostenerli. O farglieli vedere, accettare, sostenere.

Tuttavia ciò non può accadere, se  si lavora in comparti stagno: le donne da una parte e gli uomini dall’altra. E questa è una pratica frequente, diffusa e considerata naturale, ma credo che il femminismo delle guerre, dei conflitti, degli odi, delle offese dovrebbe essere finita da tempo.

Abbiamo un Ministero delle Pari Opportunità, la cui Ministra, Elena Bonetti, ha organizzato una task force rosa, per un Nuovo Rinascimento delle donne, importando in questo organismo, dodici donne di altissimo e assoluto prestigio per un rinnovato protagonismo delle donne in tutti i settori.

Ora, a parte il titolo, Rinascimento, banale, usato e abusato, il meccanismo separatista e l’intenzione di scavare spazi di potere a discapito degli uomini è vecchio e perdente.

Primo, mette in allarme il mondo maschile che si attrezza sulla difesa.

Secondo, non vedo il rispetto delle pari opportunità, semmai è stato sottratto agli uomini il 50% di opportunità di occuparsi dei problemi delle donne.

Terzo, le donne della task force sono donne eccezionali, di potere (chapeau), che sanno scavare il potere, ma le donne che hanno bisogno di pari opportunità sono quelle che tutti i giorni vanno al lavoro per uno stipendio minimo, le mamme, le donne di cura, le insegnanti, le infermiere, le colf, le badanti. Hanno bisogno di attenzioni serie, non di codicilli.

Quarto, poi ben vengano le donne di potere.

Quinto, anche gli uomini hanno le loro task force tutte al maschile, o con un numero molto esiguo di donne, ma le donne non possono adottare i meccanismi degli uomini, non possono usare il proprio comportamento come reazione a quello degli uomini. Hanno l’obbligo di essere diverse, di pensare in modo autonomo, di chiedere, ma anche dare, pari opportunità. E questo non può accadere senza una forte consapevolezza e una sicura capacità di autodeterminazione.

Propendo, dunque, per una politica dell’inclusione al contrario: degli uomini chiamati a  occuparsi dei problemi delle donne e insieme alle donne, attivando un processo di sensibilizzazione, di amicizia e di solidarietà onesta.

Non so se è una novità, ma mi sembra un urgenza. E questo è il tempo giusto, il tempo in cui si sente da ogni parte il Niente sarà come prima.

Niente è mai come prima, come un secondo prima, come una vita prima, come il secolo prima: lo è per statuto filosofico ed esistenziale. Si evolve. Dunque, niente di nuovo. Eppure. Stando alla fisica quantistica (ne faccio una interpretazione da mercato, ma tant’è), tutti i tempi sono in compresenza, in forma e misura di Quanti, anzi i tempi non esistono, sono una nostra convenzione per decodificare la produzione di senso dell’umanità, altrimenti impazziremmo. Quindi noi oggi ci troveremmo di fronte a un Quanto che appartiene alla nostra vita e che possiamo costruire, se riusciamo a capire come fare, e utilizzando anche la lezione che deriva dalla vicenda del Covid19.

Magari è un’ Utopia, ma forse vale la pena provarci.

 

Luciana Gravina

 

Milleitalie > Anno X - numero 2