Beniculturali - Appunto sulla situazione del MIBACT

25/02/2020

Il Ministero per i Beni e le attività culturali e per il turismo ha subito dal 1974, anno della sua fondazione, circa 26 riforme, in media una ogni anno e mezzo, riforme giustificate in vario modo e ultimamente, a partire dalla fine degli anni Novanta, con la necessità di risparmiare, di fare economie di spesa. Ora di quale economie si tratti non è dato comprendere dal momento che, parallelamente alle riforme, abbiamo assistito ad una progressivo accrescimento dei centri di responsabilità apicale con una contestuale soppressione di quelli di livello non generale e periferici, quando è noto che la moltiplicazione di punti decisionali apicali invece di ridurre la spesa, la accresce rafforzando, purtroppo, i rischi della gestione. L’economia tanto vantata, che economia non è ma miope dissipazione, si è, in ogni caso, abbattuta sul settore delle delle risorse umane con totale mancanza di visione manageriale, non si è investito nel momento giusto, arrivando a creare buchi irrimediabili nella trasmissione del sapere e della memoria amministrativa: ai funzionari, per lo più tecnici date le caratteristiche fondanti il Ministero, storici dell’arte, architetti, archivisti, bibliotecari, archeologi, non è stato materialmente possibile accostare i nuovi assunti favorendo un accompagnamento di questi verso i singoli settori di interesse culturale, col risultato che essi prenderanno servizio, dopo l’espletamento dei concorsi, in gran parte non ancora banditi, quando i funzionari esperti saranno già andati in pensione da molti anni.

La dissipazione delle competenze, dunque della memoria storica che riguarda i nostri beni, avrà nei prossimi decenni conseguenze dai danni incalcolabili per la nostra cultura e la nostra storia, la qual cosa unita alla volatilità della conservazione digitale per la quale occorrerebbero ben altri finanziamenti rispetto a quelli concessi - si pensi allo stato di sofferenza dell’ICCU, l’istituto preposto all’aggiornamento ed alla salvaguardia delle notizie bibliografiche riguardanti il patrimonio librario del nostro Paese - crea i presupposti per l’oscuramento della cultura italiana del ventunesimo secolo, la cultura, intendiamo, che poggia le sue radici sulle fonti e le conserva. Il sapere di un archivista, di un bibliotecario, di uno storico dell’arte o di un architetto che conosce, essendosene interessato per anni, il patrimonio che ha avuto in custodia con gli strumenti necessari ed indispensabili alla sua individuazione e manutenzione, muoiono con lui nel momento in cui egli finisce il suo percorso lavorativo se non gli é stato possibile passare il testimone ai giovani assunti che posseggono ,sì, il sapere degli studi ma non quello delle cose concrete, giacché cultura è anche, e soprattutto, la scienza di dove si trovi un libro, un dipinto, la scienza dei depositi che stanno sotto alle sale espositive, la scienza dei faldoni che, grazie alle ventisei riforme si sono mossi da un luogo ad un altro, la scienza delle regole applicate al bene, la scienza delle relazioni che tengono insieme l’universitas rerum delle collezioni.

Basta dare un rapido sguardo all’ultima riforma Franceschini, che ha ripreso il filo della riforma Bonisoli di un anno prima, per constatare la conformazione del nuovo corpo ministeriale: una gran testa su piccole gambe, 44 uffici di livello dirigenziale generale su 148 uffici dirigenziali in tutt’Italia, cioè un quarto degli uffici generali è riservata agli incarichi apicali, i tre quarti a tutti gli altri uffici con sproporzione evidente fra centro e periferia venendo meno alla logica istitutiva del Ministero, pensato, all’atto della sua fondazione , come istituzione capillarmente estesa sul territorio per la tutela dei beni e, pertanto, affidata, soprattutto, alle professionalità tecniche e non a quelle amministrative. Di questa inversione di rotta che ha visto nel corso degli anni l’introduzione, a fianco della tutela, di parole come valorizzazione, riproduzione, digitalizzazione, ricavi economici e privatizzazione con l’ingresso di società, la Sibec, e la Ales, nate sotto il Ministero Veltroni, hanno fatto le spese le biblioteche e gli archivi che hanno subito, nel corso degli anni e delle varie riforme, il progressivo declassamento degli uffici: le biblioteche e gli archivi giudicati meritevoli della direzione di un dirigente sono in tutto dodici, quattro biblioteche e otto archivi, escludendo dalle fasce dirigenziali biblioteche che conservano un importantissimo e prezioso patrimonio culturale e che meriterebbero di essere affidate a dirigenti esperti. Il lavoro amministrativo che si svolge questi istituti disseminati sul territorio è del tutto equiparabile al lavoro amministrativo e scientifico dei dodici istituti dirigenziali. Identiche sono le norme, identiche le incombenze, identici i rischi che si assumono i direttori come datori di lavoro.

La triste storia dell’archivio di stato di Arezzo, sede non dirigenziale, lo dimostra: il funzionario, non dirigente, che lo dirigeva è stato coinvolto in pesanti responsabilità penali e civili dopo la morte per incendio di due custodi ed egli, non essendo dirigente, non godeva nemmeno della, peraltro scarsa, protezione assicurativa che il Mibact destina ai dirigenti in quanto datori di lavoro nell’esercizio delle proprie funzioni relative alla sicurezza degli uffici. I direttori degli uffici non dirigenziali sono funzionari delegati e datori di lavoro a tutti gli effetti, presentano rendiconti, amministrano la spesa, gestiscono il personale, provvedono alla tutela del prezioso patrimonio che custodiscono, presentano il conto patrimoniale, autorizzano i prestiti, stipulano il conto terzi, contrattano con le organizzazioni sindacali: in una parola sono pienamente responsabili delle loro azioni. A fronte di ciò essi vengono retribuiti quasi allo stesso modo degli impiegati del loro stesso profilo ed area che non hanno compiti di direzione percependo una davvero minima integrità aggiuntiva, peraltro non corrisposta nel 2018. Noi chiediamo ad Italia Viva anche su questa materia un effetto shock senza ricorrere ad un' ennesima riforma.

Chiediamo cioè:

1. un rapido espletamento dei concorsi; 2. una nuova modalità organizzativa, tutta da inventare, che consenta ai funzionari e ai dirigenti andati in pensione di divenire tutor dei nuovi assunti in modo da poter trasferire ad essi i saperi e le competenze di una lunga pratica tecnico -amministrativa; 3. la creazione di una nuova area, l’area della vicedirigenza dove siano inquadrati i funzionari che dirigono gli uffici con l’introduzione nella loro retribuzione dell’indennità di posizione equiparata al secondo livello dei dirigenti di seconda fascia.

Ci rendiamo disponibili per un lavoro politico su questo tema e ad occasioni di incontro con i referenti di Italia Viva.

 Cetta Petrollo Segreteria Dirstat

cfr. DpR 2 dicembre 2019, n. 169

https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/01/21/20G00006/sg

Milleitalie > Anno X - numero 1