Case d'autore - La casa-museo di Goethe a Roma

24/06/2011

Sospinto dall’irresoluta e stanca fiumana dello shopping il visitatore si ritrova a pigiare un campanello condominiale di un palazzo al Corso, a Roma. E’ quello della casa-museo di Goethe, al primo piano. Entrando e vagando per il piccolo appartamento egli è avvolto in un pensiero un po’ demagogico, romanticamente maoista, cioè che frequentemente, nei secoli, miseri tinelli hanno ospitato il genio e sontuose sale la mediocrità. Comunque qui si viene a vedere fino al 24 luglio la mostra intitolata “Joseph Anton Koch a Roma”. Koch è stato uno dei personaggi più importanti della pittura di paesaggio tedesca del primo Ottocento. Tirolese, di umili origini nel 1795 all’età di 27 anni si stabilì a Roma aggregandosi alla cerchia artistica di Reinhart, Carstens, Thorvaldsen e diventando poi punto di riferimento, anche dai locali del caffè di Via Condotti, per tanti pittori nordici che scendevano in apprendistato a Roma. Nel 1806 sposò Cassandra Rinaldi contadinella di Olevano, cittadina collinare dove si recava a ritrarre il paesaggio circostante, continuando a vivere a Roma fino alla morte nel 1839. Artista sempre più considerato dalla critica europea, qui sono esposte decine di opere provenienti dall’Accademia di Vienna. Prendendola dall’alto come i falchi pellegrini occorre dire che nelle sue opere si sente lo spirito di quel tempo, a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, che scolasticamente chiamiamo preromanticismo. Una sottile e vibratile linea d’ombra in cui il mondo classico diventa la scenografia eroica della malinconia e lo smarrimento indotto dallo smarrimento dell’antichità si calma in un nuovo ordine che fonde archeologia e natura. Sentite queste parole di Humboldt da una lettera del 1804 a Goethe: “… La grande differenza tra queste contrade [romane] e le nostre credo risieda nel fatto che le nostre ci portano sempre o verso l’esterno da noi, nell’impeto, o al nostro interno, nella tetraggine, rendendoci sempre inquieti e malinconici, ovvero emotivi. Qui, invece, tutto si scioglie nella calma e nella serenità. Si resta sempre lucidi, sempre imperturbabili, sempre obiettivi…”. Questo spirito è palese nel perfetto acquerello su matita “ Vietri nel golfo di Salerno” località che Koch stesso definì: “… una contrada paragonabile a ciò che si immagina fosse la Magna Grecia …”.
Anche le due vedute di Roma del Colosseo e dell’acquedotto sotto S. Bonaventura, ignote fino a poco tempo fa, perseguono questa idealizzazione del paesaggio nell’ordine compositivo dei piani e nella serena corrispondenza delle forme come parlanti in un’unica ed intonata voce, malinconica e composta. Così sono anche le poche figure esemplari immerse nell’aria serotina o in un lento ritorno a casa o ferme, sedute sulla pietra, in meditazione. La luce dei meravigliosi cieli imbronciati di nuvole si posa come sostanza leggera che tutto involve in una densità spirituale. Roma, Olevano, Civitella (l’odierna Bellegra), Subiaco, Rocca Santo Stefano, Rocca Canterano, Castel Madama, sono le località oggetto delle Vedute Romane, una serie di acqueforti edita nel 1810, nata dalla duplice esigenza di liberarsi dalle commissioni con una produzione propria e di vendere più copie possibili in una fase economicamente critica della sua vita. Composte artigianalmente dall’artista stesso come testimoniato dalla scritta “Koch fece” presente su ogni foglio. Esse presentano una frequente raffigurazione di chiese e di scene di vita religiosa accanto ai ruderi della tradizione pagana, frutto anche del rapporto col gruppo dei Nazareni che perseguivano un’arte di ispirazione cristiana medievale. Questi artisti proponevano anche scene bibliche come riprende Koch in maniera impertinente nello stupendo “ Corteo di Re Magi alla Serpentara”. Si vedono sfilare nel famoso bosco di Olevano, che ha ispirato pittori come Corot, illustratori come Doré, i Re Magi e altri cavalieri in groppa a cavalli e cammelli con un seguito di pedoni. L’atmosfera ufficiale della promenade evangelica è incrinata da una bizzarra scenetta laterale che vede un soldato, con tanto di lancia imbracciata e gonnellino militare, impegnato in un presumibile amplesso dentro una cunetta neanche tanto nascosta. D’altronde l’avvicinamento di Koch all’arte di ispirazione religiosa dei Nazareni come Olivier, Setter, von Carolsfeld, malgrado i rapporti di stima reciproca fu sempre improntata ad un confronto critico, a causa forse dei suoi trascorsi giovanili giacobini. Un’altra zona espositiva riguarda le illustrazioni per la Divina Commedia, caratterizzate da una brutale drammaticità nelle immagini delle diavolerie e da una finezza psicologica nello scavare la tragedia di Paolo e Francesca e del conte Ugolino. Seguono poi le illustrazioni a penna e matita dei “Canti di Ossian” di Macpherson, un testo controverso che diffuse in Europa la moda delle saghe poetiche medievali. Controverso perché si appurò poi che i versi dell’antico bardo scozzese erano dello stesso Macpherson, autore quindi di una specie di burla livornese, come le famigerate teste di Modigliani di qualche anno fa. Le figure nordiche mostrano una plastica presenza di scena con dettagli michelangioleschi, unita a una pura idealizzazione che richiama alla mente l’eleganza di Raffaello, calmando l’irruenza barbarica, così come la Sera calma “…Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge…” del Foscolo.

Roberto Milana

Milleitalie > Anno I - numero 3