Libri - Un gioco nell'aria. Incontri tra matematica e letteratura

22/12/2019

La snumerata e Palamede

 a proposito del libro di Giuliano Spirito

 
 

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Che ci faccio io qui? direbbe Bruce Charles Chatwin.

A che titolo sono qui? sicuramente come lettrice discreta in senso galileiano, ma è sicuro che io sia una lettrice discreta? è vero che nella mia vita mi sono sempre occupata di letterature varie e, come recita il sottotilo, qui si discetta di incontri tra matematica e letteratura, ma in realtà io, come ho scoperto leggendo questo libro, sono una snumerata secondo la definizione di John Allen Paulos: sono sempre stata assolutamente refrattaria alla matematica. Colpa della scuola? sicuramente, dato che il ricordo che ho dei miei vari docenti di matematica, tutti maschi in verità, è di uomini girati di spalle davanti ad una lavagna: di loro ricordo la corporatura, la calvizie, le giacche a uno o due spacchi ma non i loro volti e questo la dice tutta … del resto come scrive Daniel Pennac,  citato nelle pagine di questo libro, “Che l’allievo di tanto in tanto incontri un professore pieno di entusiasmo che sembra considerare la matematica per se stessa e … la fa amare in virtù della sua personale vitalità … questo dipende dalla casualità dell’incontro“. Casualità dunque ma, matematicamente parlando, avendo cambiato vari docenti, certo per il calcolo delle probabilità, mi sarebbe potuta toccare una percentuale minima di vitalità-docente … fatto sta che questa casualità ha prodotto una causalità del mio rifiuto per la matematica (forse … giusto? così direbbe un matematico perché tante d’altro canto sono le concause che bisognerebbe considerare). E una volta imbattutami in un passo dello Zibaldone in cui Leopardi, quello che a 16 anni aveva già scritto un trattato sull’astronomia, dichiara che del resto[1]:

“ … dalla teoria del piacere esposta in questi pensieri si comprende facilmente quanto e perché la matematica sia contraria al piacere; Perciò che la matematica, misura quando il piacer nostro non vuol misura, definisce e circoscrive quando il piacer nostro non vuol confini (sieno pure vastissimi, anzi sia pur vinta l’immaginazione dalla verità), analizza quando il piacer nostro non vuole analisi né cognizione intima e sì come la matematica, cosí tutte le cose che le rassomigliano o appartengono, esattezza, secchezza, precisione, definizione, circoscrizione, sia che appartengano al carattere e allo spirito dell’individuo, sia a qualunque cosa corporale o spirituale.” quando lessi queste alte considerazioni le feci mie per legittimare la mia insipienza.

Ora succede però che quando leggo i libri di Giuliano improvvisamente in me scatta il rammarico e il rimpianto per tutte le rose che non colsi[2] ignorando la matematica.

Quando mi fece dono (timeo mathematicos et dona ferentes) del suo splendido testo del 1994[3] per il biennio, scritto tra l’altro insieme a Luciana Zou e a Daniela Scialla qui presente, io, per dovere di amicizia, iniziai a leggerlo con ovvia riluttanza e improvvisamente ne fui affascinata e mi trovai a portare avanti la lettura e a prendere addirittura carta e penna per fare gli esercizi … l’eccitazione durò poco però … poi prevalse la pigrizia e l’onda si richiuse.

Ed ora mi trovo questo libro elegante con un’accattivante copertina, un titolo suggestivo e una strepitosa fotografia in quarta di copertina, un altro dono e anche questa volta, avendomi Giuliano temerariamente chiesto di partecipare attivamente a questa epifania, la presentazione della sua creatura ecco che, mea sponte tua voluntate , spontaneamente, per tua volontà, come disse Eloisa ad Abelardo, comincio a leggerlo e anche questa volta vengo catturata e affascinata … dall’eleganza del volteggiare dell’autore tra testi di varia natura e di vario livello; dalla selezione e combinazione armoniosa di citazioni tratte da Musil a Rodari da Borges alle strampalate percentuali di Frassica, da Trilussa a Calvino, da un repertorio infinito … no infinito non si può dire, ma consistentissimo sì, di brani splendidi d’autore atti a definire o aiutare a comprendere concetti e peculiarità matematiche; perfettamente consoni alla possibilità di avvicinarsi a quelle tematiche matematiche da me considerate astruserie e mentre procedi nella lettura, un po’ ti lasci andare al piacere estetico, alla ammirazione per la giusta modulazione, un po’ sei contenta di ritrovare pagine dimenticate o che a volte, a suo tempo, erano state addirittura saltate a piè pari dalla snumerata perché ostiche, un po’ ti commuovi per quella miscela di Curiositas ed Eros, l’immenso amore che c’è dietro il lavoro dell’autore, la passione, questa sì si può dire immensa, smisurata, infinita per la matematica e per la letteratura … ma intanto ecco che affiora di nuovo quel senso di rammarico e rimpianto ... perché è vero che ogni tanto godi nel sentire uno switch nella tua testa che ti fa capire le nozioni matematiche via via illustrate in questo che è anche un ottimo testo divulgativo, è vero anche che subito dopo te le dimentichi o quando a pagina 142 ti imbatti nella gerarchia degli infiniti di George Cantor, ti imbatti e ... ti abbatti e ti deprimi perché? perché capisci che or non è più quel tempo e quell’età[4] … e vorresti cominciare daccapo ma sai che non lo farai, così come non imparerai a suonare uno strumento musicale né studierai il russo, anche se ne avresti tempo e voglia … e poi c’è l’altro rimpianto più forte: quello di non potere utilizzare più questo libro a scuola con i tuoi studenti in una bellissima compresenza con un bravissimo/a docente di matematica ... perché allora sì che avrebbe senso … e vorresti che qualcuno lo facesse al posto tuo, che si utilizzasse questo meraviglioso libro appassionante, divertente, impegnativo e complesso in un seminario universitario di didattica della matematica, o in un corso specifico di aggiornamento obbligatorio per tutti i /le docenti di matematica e anche per quelli/e di letterature soprattutto per quelli/e snumerati come me.

Detto questo, vorrei dare un mio modesto contributo, riflettendo su un aspetto che mi sembra dirimente per abbattere del tutto i pregiudizi sulla diversa natura della matematica e della letteratura … e la chiave la trovo proprio nel titolo di questo libro, nella parola gioco e nella arbitraria distinzione tra utile e futile.

La prenderò un po’ alla lontana perché attingerò alle origini mitologiche dell’invenzione della scrittura e dei numeri. Ci sono due varianti riguardo a tale origine che ritroviamo sia nelle tragedie, sia nell’opera di Gorgia di Leontini, entrambe le varianti tra l’altro compresenti nell’opera di Platone che, infischiandosene del principio di non contraddizione, attribuisce tali invenzioni a Palamede ne la Repubblica e al dio inventore Theuth nel Fedro. Ora in entrambi i casi sia Palamede, un super eroe istruito dal Centauro Chirone, che Teuth, un dio umano che vive sulla terra e si diverte a donare le sue strampalate invenzioni agli uomini, sono ritenuti inventori, attenzione, oltre che dell’alfabeto e dei numeri, anche di una sorta di gioco degli scacchi péssoi e dei dadi. In effetti tutti questi giochi inventati si basano sulla combinatoria ma di questi giochi quello delle lettere e quello dei numeri, rispetto agli scacchi e ai dadi investono anche una funzionalità pratica: scrivere, leggere e far di conto per rappresentare e definire la realtà

In Euripide Palamede dice :

“Ho inventato una cura per non dimenticare, che non ha parola eppure parla, creando le lettere; ho inventato la scrittura per la conoscenza degli uomini, così che un uomo sulle distese oceaniche possa avere conoscenza di tutti gli affari di casa sua, e l'uomo in punto di morte possa scrivere la suddivisione dei suoi beni quando li lascia in eredità ai figli, e il ricevente lo sappia. E per i problemi che toccano agli uomini che litigano, una tavoletta per scrivere li risolve ed impedisce che si raccontino menzogne”[5].

Motivazioni utili, pratiche, concrete.

Ne La Repubblica di Platone si sostiene che la matematica, nel suo aspetto pratico, serve alla guerra:

“E dunque – ripresi –, è ben buffo, come comandante, l’Agamennone che Palamede ci presenta di volta in volta nelle tragedie. Non hai notato che Palamede, essendo lo scopritore del numero, dice di aver disposto le schiere dell’esercito davanti a Ilio e di aver preso il totale delle navi e di tutte le altre forze, come se prima non fossero mai state contate, e come se, Agamennone, a quanto risulta, non sapesse neanche quanti piedi avesse, dato, appunto, che non sapeva contare? Ebbene, ma che razza di generale credi che fosse? “[6].

 

D’altro canto lo stesso Platone, nel paragrafo successivo, sostiene che la matematica, nel suo aspetto teorico serve alla filosofia.

Sottratti dunque alla funzione pratica, l’arte dei numeri e l’arte delle lettere diventano però anche degli splendidi giochi, come quello degli scacchi e dei dadi creati insieme e la selezione e la combinazione, questa sì infinita o quasi, dei numeri, nell’aspetto non necessariamente utile dell’indagine speculativa e la selezione e la combinazione delle lettere grammata nella esercitazione letteraria e la destinazione sempre diversa di tali operazioni astratte e teoriche sia della matematica che della scrittura, svincolate dall’utilità, diventano appunto giochi nell’aria, per l’appunto, e come tali necessitano di immaginazione, fantasia e creatività da una parte e di serietà, rispetto delle regole, onestà dall’altra come si addice ad un gioco che si rispetti perché i bambini lo sanno molto bene che nessun gioco funziona e diverte se non si fa sul serio. Numeri e lettere dunque si spingono ben oltre le frontiere dell’utile (ed è di questo che ha paura Socrate riguardo all’uso della scrittura ... )

Palamede, l’inventore di questi giochi, l’eroe dimenticato da Omero, ma molto caro ai grandi tragici, è l’unico eroe acheo che non reca a Troia truppe, uomini o navi  ma reca solo se stesso e il suo ingegno, strumento formidabile per affrontare o risolvere ogni problema, è l’intellettuale dunque, è lui la mente geniale dell’uomo che inventa i giochi atti per qualsiasi forma di indagine, utile o futile che sia, per cercare di governare il caos che ci circonda ma anche per entrarci in questo caos, per cercare i limiti e travalicarli immaginando l’infinito, per dare ordine e pasticciare col disordine, per cercare il bandolo dello gnommero[7]  dell’esistenza del mondo, della natura, dell’universo, per dare a questo universo, a questa natura, a questa esistenza senso, determinazione, finalità ma anche per accettare da Shakespeare a Vasco Rossi che forse questo senso la vita non lo ha … e questo lo fa il matematico e questo lo fa il letterato un affascinante divertente gioco nell’aria, infinito per l’appunto e, in questo gioco infinito, mentre Zenone cercherà di convincerci che Achille non potrà mai raggiungere la tartaruga, Montale di rimando potrà scrivere

… negano che la testuggine
sia più veloce del fulmine.
Tu sola sapevi che il moto
non è diverso dalla stasi,
che il vuoto è il pieno e il sereno
è la più diffusa delle nubi.
… Eppure non mi dà riposo
sapere che in uno o in due noi siamo una sola cosa
.[8]

Perché, citando il matematico settecentesco Tommaso Ceva, la poesia non è altro che un sogno vissuto all’ombra della ragione[9] ... e anche la matematica lo è, soprattutto da quanto ho imparato leggendo questo libro bello, … Grazie Giuliano!

Dorotea Medici

 

Giuliano Spirito, Un gioco nell'aria. Incontri tra matematica e letteratura,

Milano, Mateinitaly, 2019

 

Presentato e ripreso in video al Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti di Roma (CIDI)

il 20 novembre 2019



[1] Giacomo Leopardi, Lo zibaldone, 14 settembre 1820, p. 246  www.severi.org/2/pages/didattica/esengrini/leopardi.pdf

[2] Non amo che le rose che non colsi in Cocotte, v.26/27  da I colloqui 1911

[3] Giuliano Spirito, Daniela Scialla, Luciana Zou, La costruzione Matematica, Milano, Oberon, 1994

[4] Giosuè Carducci, Davanti a San Guido, Rime nuove, libro V

[5] August Nauck (a cura di), Tragicorum graecorum fragmenta, 2ª ed., Lipsia, B.G. Teubner, 1889, Fr. 578

[6] Platone, Repubblica, VII 522

[7] Carlo Emilio Gadda, Quel pasticciaccio brutto de via Merulana  www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/percorsi/percorsi_20.html

[8] Eugenio Montale, Satura,  Milano, Mondadori, 1971, Xenia I, 14

[9] Cfr.: http://poesia.blog.rainews.it/2011/06/opere-inedite-elio-pecora/

Milleitalie > Anno IX - numero 6