Cinema - Il signor diavolo

29/10/2019

locandina il signor diavolo

Già nel 2018, nel corso di una Masterclass tenuta al Bif&st - Bari International Film Festival, lo scrittore e regista Pupi Avati ha annunciato il suo nuovo film dal titolo Il signor Diavolo. L'autore bolognese è tornato così al suo vecchio amore: l'horror.

A Bari Pupi Avati ha dichiarato: “Voglio tornare alle paure e alle cose che mi spaventavano quando ero ragazzino. Cosa ti spaventa di più? Credere all'esistenza del male assoluto: il demonio. Ricostruire un mondo degli anni '50 in campagna per me è un'operazione interessante da fare. Sono eccitatissimo. Voglio tornare a misurarmi con quel mondo fantastico che era la favola contadina. Voglio ritornare a quelle storie 'di paura' che si raccontano davanti al camino. E' un tentativo di rigenerare un cinema italiano in cui ci sono sempre i soliti cast, dove non distingui un film dall'altro. Il cinema italiano non sta incassando più nulla, il box office è un bollettino di guerra”.

Il film è stato girato la scorsa estate anche a Grado, in Friuli Venezia Giulia, anche se la storia  è ambientata nel Polesine degli anni '50.

Le prime riprese del film del regista Pupi Avati, sono state fatte ad Oriolo Romano, nel paese della Tuscia,  scelto dal maestro bolognese per girare alcune scene del film Il signor Diavolo. Pupi Avati, è tornato alle origini, al genere “horror” e alle atmosfere gotiche che si respiravano ne “La casa dalle finestre che ridono” (1976) e “Zeder” (1983), due lavori divenuti ormai dei cult-movie, sempre capaci di suscitare forti emozioni.

Due quattordicenni vivono ancora una religiosità ancestrale, preconciliare: attorno a loro aleggiano il peccato e il timore dell'inferno, si respira nell'aria la paura del diavolo. Uno dei due muore di malaria e la gente si convince che la sua morte sia accaduta perché ha fatto cadere l'ostia durante la prima comunione e l'ha pestata. L'altro ragazzo non si rassegna di aver perso l'amico del cuore e fa di tutto per contattare un essere deforme che si crede abbia rapporti col diavolo.

Tratto dal suo romanzo omonimo, uscito nella  primavera del 2018 per la casa editrice Guanda, il nuovo film di Pupi Avati è ambientato nel nord-est dell’Italia nei primi anni ’50, in una località non meglio precisata del Polesine, e si insinua pian piano in meandri cupi e misteriosi, dove credenza popolare e religione, superstizione e realtà si fondono e si confondono, fino ad ottenebrare la ragione dei protagonisti, in un mondo in cui tutto sembra possibile, anche il diavolo.

Fulcro delle vicende narrate in questa pellicola, il rapporto tra i due adolescenti Paolino e Carlo con il coetaneo Emilio, vittima sacrificale dell’odio e della maldicenza dei due amici e dell’ignoranza della gente, la morte di Paolino, l’omicidio di Emilio, la dolorosa inchiesta dell’ispettore Furio Fomentè  inviato dal Ministero di Grazia e Giustizia per fare luce sul caso.

Location d’eccezione per questo film, prodotto da DueA Film e Rai Cinema, il convento di S. Antonio di Padova ad Oriolo che, oltre alla presenza del regista, assai cordiale, cortese e disponibile, così come la troupe che ha preso parte alle riprese, e al fratello Antonio (produttore del lungometraggio), ha visto la partecipazione di Gianni Cavina, Lino Capolicchio, Gabriele Lo Giudice, Rita Carlini ed uno stuolo di bambini del luogo che ben si sono comportati nel corso delle varie fasi di lavorazione in cui sono stati chiamati in causa.

Siamo nell’autunno del 1952, bassa padana, in una zona imprecisata tra l’Emilia e il Veneto. È lì che il ragazzo deforme, Emilio, dopo aver battibeccato con altri adolescenti, verrà a sua volta ucciso per vendetta da un suo coetaneo, Carlo (Filippo Franchini), che in combutta con suorine e sagrestano crede Emilio l’incarnazione del diavolo. Carlo finisce in cella e all’apertura dell’istruttoria a Venezia è direttamente la grande madre DC ad intervenire. De Gasperi non vuole che nel Veneto, regione cattolicissima e dispensatrice di voti per tenere le redini di governo, la Chiesa venga ancora accostata ad antiche pratiche rituali e oscurantiste legate al demonio, e soprattutto che la madre di Emilio (Chiara Caselli), erede di una potentissima famiglia del luogo, collettrice di voti DC, finisca a fare propaganda per gli avversari politici. Un solerte funzionario (Gabriele Lo Giudice) viene spedito a Venezia per fare in modo di mostrare che la Chiesa del piccolo paese non ha plagiato l’assassino. Ça va sans dire che, come dice l’esorcista Alessandro Haber guardando dritto negli occhi il funzionario: “non parliamo solo di un omicidio tra due coetanei, ma c’è un luogo e un tempo che sono solo di quel luogo dove lei è atteso”. Per portare a termine il suo compito il funzionario si sposterà verso il paesino della bassa dove, appunto, sembra atteso da diversi protagonisti della storia.

Ispirato ad una struttura narrativa che ricorda il Dracula di Bram Stoker, ma innervato da uno sguardo di ispezione di uno spazio rurale come ne La casa dalle finestre che ridono, Il signor Diavolo permette ad Avati di sprigionare in totale libertà incubi personali e latenti, come il suo “amato” male assoluto che albeggia lugubre in ogni essere umano. E se il suo “gotico padano” anni settanta fiammeggiava leggermente di più (c’era la pellicola e qui in digitale bisogna lavorare sui chiaroscuri), Avati rimaneggia un discorso formale più espressionista, con angolazioni tortuose e punti macchina abbassati con inquadratura verso l’alto, per deformare set e attori. Nessuno ride mai ne Il signor diavolo, non c’è contraltare positivo a questo viaggio tetro in territori diabolici e contadini.

È un horror purissimo, serissimo e quello che più conta riuscito questo Il signor diavolo, perché dimostra una volta di più che il tocco poetico autoriale di Avati non è nel dramma classico dipinto di nero (Il papà di Giovanna, boh?), ma nell’angusta, inesplorata, inquietante profondità di quel nero. Insomma la scioltezza con cui si galoppa nel genere rivela il tratto felice di un cineasta che, volenti o nolenti, è un pezzo grosso di cinema italiano e forse qui perfino di esportazione da circuito horror anglosassone. Ultima noticina concettuale. Avati, come già appunto con lo splendido La casa dalle finestre che ridono, per far emergere la dimensione del diabolico si immerge dentro la Chiesa e il cristianesimo. Una doppiezza esemplare, simbolica, per nulla consolatoria. Guardate la sequenza sacrilega del ragazzo che pesta involontariamente l’ostia e il prete che sospende la messa. Chi rappresenta davvero la malvagità? Da far venire i brividi.

Ci sono passioni che non si spengono mai, che per un po’ se ne restano sepolte sotto la cenere, pronte a infiammarsi di nuovo. È capitato a Pupi Avati, tornato a un genere a lui assai congeniale, il gotico, nel quale si iscrivono alcuni dei suoi film più amati, come Balsamus, l’uomo di Satana, che risale al 1968, Thomas e gli indemoniati (1979), La casa dalle finestre che ridono (1976), divenuto un vero film di culto, Zeder (1983), L’arcano incantatore (1996) e Il nascondiglio (2007). Avati è tornato nelle sale italiane ieri 22 agosto con Il signor diavolo,  distribuito da 01.

Pupi Avati, in un’intervista, ha detto: “Il cinema italiano dovrebbe frequentare più spesso il genere, eppure, fatta eccezione per alcuni autori, nel nostro Paese si producono solo commedie, coinvolgendo più o meno sempre gli stessi attori. Il signor diavolo è frutto della mia nostalgia per il fantastico”.

Tornato dunque al suo vecchio amore, Pupi Avati dimostra ancora una volta la capacità di affrontare il gotico pagano in maniera molto personale, mettendo in gioco ‘suspance’ e paure, religiosità e superstizioni contadine. Chi ha letto il romanzo però dovrà aspettarsi un finale diverso.

Il maestro Avati, ha aggiunto: “Tengo molto che in questo film 'de paura', come si dice a Roma, emerga comunque la mia cifra stilistica. Il gotico mi ha permesso intanto di scrollarmi di dosso l’esperienza televisiva, che seppur positiva, era molto ancorata alla realtà. Picasso diceva che ci vogliono molti anni per tornare giovane e io, diventando anziano, mi avvicino sempre più al trentenne che ero quando ho cominciato a fare questo lavoro. Il fantastico è il punto di forza di altre cinematografie, ad esempio quella nordamericana, capace di coniugare autori e generi. In Italia invece, a parte Dario Argento, nessun regista significativo ha frequentato questo genere”.

All’età di 80 anni Avati ha confezionato un film destinato probabilmente a conquistare i più giovani, da sempre attratti dall’horror. 

Pupi Avati, in merito, ha detto: “Mi capita spesso infatti di incontrare ragazzi che mi chiedono di autografare i manifesti dei miei horror. È un genere che non scade perché attinge all’elemento più segreto di noi stessi, la paura, che ci tenta e ci respinge al tempo stesso. Spaventare  è un piacere che mi mancava da moltissimi anni, eppure la scena più agghiacciante del film è stata per noi la più divertente perché sui set di queste storie si crea una sorta di euforia infantile che riporta alle origini del cinema”.

Uno dei temi sui quali si sofferma il film è l’esistenza del Male. Per citare Baudelaire, la più grande astuzia del diavolo è quella  di farci credere di non esistere.

Invece, Pupi Avati ha affermato: “Il male  certamente esiste, e noi lo subiamo. Io stesso mi metto tra le persone che lo praticano perché, lo ammetto, sono una persona molto invidiosa e soffro dei successi altrui. Ma sono anche un cristiano praticante e quindi so che questo non è un bel sentimento. Nel mio film il male è un passaggio di testimone, è diffuso, si occulta bene, per questo mi piacerebbe realizzare un sequel del film. Ormai però non si parla più di Male e di demonio, il diavolo è una figura obsoleta, che appartiene agli arcaismi della Chiesa di una volta. Peccato, perché il diavolo era una figura sulla quale fantasticare, che diventava una interessante metafora. Avere delle paure vuol dire arricchire il proprio bagaglio di fantasie. Invece oggi se parlo di diavolo ai miei nipotini non sanno cosa sto dicendo”. 

Nel film, religione e superstizione sono strettamente connessi come avviene sovente nell’immaginario popolare.

Pupi Avati  ha sostenuto: “Il mio immaginario è stato nutrito proprio dall’educazione cattolica preconciliare che mi è stata impartita e che si fondava sul senso del peccato, sulla paura dell’inferno. A questo si aggiunge la favola contadina, orrorifica, che costituisce un’altra forma pedagogica non trascurabile. Quando ero piccolo, ad esempio, nelle campagne i bambini deformi o menomati venivano considerati vittime della punizione divina, creature nelle quali si nascondeva il maligno. Una convinzione frutto di una religiosità arcaica, priva della luminosità e dell’apertura del Vangelo”.

Per il ritorno a un genere a lui caro, Avati ha scelto Chiara Caselli, che nel ruolo nella madre della giovane vittima lascia un segno profondo nello spettatore, e un gruppo di attori che hanno spesso popolato il cinema del regista.

Sulle scelte dei protagonisti, il regista Avati ha detto: “Se ha un senso la presenza mia e di mio fratello Antonio nel cinema italiano sta forse nell’attenzione ad attori 'rimossi',  ingiustamente dimenticati. A Chiara, che nel frattempo si era messa a fare la fotografa, avevo offerto il ruolo della madre del piccolo assassino, ma lei mi ha chiesto di fare la madre della vittima. Io non pensavo che fosse adatta, anzi, avevo paura che mi rovinasse il film, ma lei insisteva e io di solito do fiducia alle persone con questa convinzione. Aveva ragione lei, Chiara è stata straordinaria e ha imparato la sua parte con l’accento veneto che le ha insegnato Roberto Citran registrando tutte le sue battute. E poi ci sono Lino Capolicchio, Gianni Cavina, Alessandro Haber, Massimo Bonetti che si imparentavano bene con l’ambiente descritto. Mi hanno dato anche grande conforto. La vita è così, ti allontani sempre di più da quello che eri, poi c’è un momento in cui comincia la via del ritorno e ti accorgi che tutte le cose che facevi da ragazzo ricominciano a piacerti”.

Nel film, l’horror all’italiana, gotico padano o meglio veneziano, l’idillio della campagna si trasforma in un incubo, dove la superstizione si mescola con la realtà. Difficile trovare un cinema come quello realizzato da Pupi Avati specialmente nel 2019. Il suo è un lavoro certosino sulle atmosfere, le azioni quasi restano in secondo piano. Il terrore è qualcosa che nasce dal conformismo, dalle istituzioni che impongono il loro modo di pensare. Tutto il resto è “deforme”, maligno.

Satana vive lontano dalle grandi città. Per un produttore, nel 1970, l’uomo di Satana era Balsamus, un nano, un toccasana per vergini bollenti e mogli insoddisfatte. Satana era sinonimo di libertinismo, si manifestava vicino ai perdenti (come anche nelle sedute spiritiche di Thomas, gli indemoniati). Ieri come oggi. Il protagonista de Il signor Diavolo è un inetto, un impiegato del Ministero bistrattato da tutti. I sogni si infrangono contro una dimensione rurale, volutamente spenta, dove anche i colori hanno smesso di brillare.

Si seguono le orme dell’ignaro restauratore de La casa delle finestre che ridono, dello scrittore troppo curioso di Zeder. Si chiude una trilogia, in cui potrebbe anche rientrare L’arcano incantatore, ambientato però nel Settecento. Avati conduce la sua indagine spirituale per comprendere il quotidiano, lavora sul reale per poi trasformarlo in una favola nera. L’orrore è una questione sociale, il punto di non ritorno di chi viene manipolato.

In Il signor Diavolo le vittime sono i contadini in balia delle decisioni dei potenti, con la Democrazia Cristiana (siamo nel 1952) che cerca di mantenere i consensi per le elezioni. E la dicitura “Cristiana” si scontra con la tenebra, con l’idea di una Chiesa che non è in grado (o non vuole?) combattere il demonio. Forse i preti e le suore spaventano il regista, che li ritrae quasi sempre come personaggi oscuri, entità mefitiche, più vicine al Male che all’acquasanta.

Qui addirittura alcuni li accusano di aver plagiato un bambino, di aver alimentato strane dicerie che hanno portato alla tragedia. Sarebbe sbagliato parlare di fantasmi, il nemico si vede, agisce alla luce del  giorno. Ma non è solo la paura a muovere Il signor Diavolo. C’è anche un’anima romantica, quella della scoperta del corpo femminile, dell’amicizia, della difficoltà di elaborare un lutto. E forse il punto di partenza del film, la sequenza in cui un neonato viene  sbranato, è solo un altro modo per rappresentare la perdita dell’innocenza.

Una storia d’amore mancata, a distanza, che non si amalgama con il resto della narrazione perché nel male non c’è amore. Gli effetti speciali sono di Sergio Stivaletti (insuperabile anche nell’epoca in cui domina la computer grafica). 

Pupi Avati  ha scelto un cast con attori presenti in molti dei suoi film: Lino Capolicchio, Gianni Cavina, Massimo Bonetti.  Ne  Il signor Diavolo,  si sono prestati a ruoli piccoli, ma essenziali per costruire quel senso di verità e quella tensione crescente per tutta la durata del film. Una consapevolezza interpretativa che solo grandi attori come Lino Capolicchio sanno fare.

A loro  sono stati aggiunti due esordienti. Il 13enne Filippo Franchini, interpreta Carlo, il ragazzino che viene accusato dell’omicidio di un suo coetaneo, Emilio (Lorenzo Salvatori), diverso nell’aspetto e per questo ritenuto, dalla società contadina una presenza del demonio. Accusato a sua volta della morte di Paolino, amico del protagonista, morto di un male incurabile e del padre del protagonista.

Nel film sono affiorati ricordi autobiografici del regista che ha detto: “E’ una storia che mi appartiene profondamente, avevo 14 anni, ero un chierichetto in una chiesa in Emilia e temi come il cattolicesimo superstizioso, la favola contadina, la paura atavica del buio, li conosco bene, ci sono cresciuto. Ho cercato di raccontare quello che so della vita, se non racconti il passato come  fai a parlare del presente, e l’ho fatto attraverso il genere che i registi non praticano più”.

Per il regista, l’ultimo periodo non è stato facile, per sua stessa ammissione, soprattutto perché in Italia il cinema di genere è guardato con sospetto.

Pupi Avati ha detto: “Ho ricevuto sei no dai distributori, prima di arrivare a Rai Cinema, perché le distribuzioni non vogliono il genere, ma solo la commedia e con la solita panchina ristretta di attori. Fare un film come questo e portarlo in sala è anche una forma di provocazione. Il più grande autore di film di genere, Sergio Leone, abitava a Trastevere, quando il cinema italiano ha abbandonato il genere, abbiamo perso una parte importante. Il diavolo è il male. Noi abbiamo fatto conquiste in tutti i campi, ma lì ci siamo fermati, gli abbiamo permesso di sopravvivere. Io stesso mi sono trovato a godere del male, di situazioni in cui altri sono caduti professionalmente. Diventando anziano, in questo viaggio di ritorno c’è un avvicinamento fortissimo a quel bambino che ero stato, alla mia infanzia. Vecchi e bambini sono cosi vicini, comunicano così tanto, perché condividono la vulnerabilità, piangono e ridono con maggiore facilità. Potenzialmente il bene ed il male, nella parte iniziale della vita, convivono”.

Poi il regista, ha parlato di fatti più personali, legati alla sua esperienza di regista, e di suo fratello produttore Antonio Avati, che hanno messo in difficoltà gli ultimi anni delle loro lunghe carriere.

Con un pizzico di rabbia il regista ha ammesso: “Il male per il male lo abbiamo subito in modo violentissimo, ma non farò nomi  e cognomi. Una  persona ha voluto la nostra rovina, ed è quasi riuscita a non farci fare più film, a non avere più la possibilità di ottenere finanziamenti”.

A smorzare i toni, il commovente intervento di Lino Capolicchio, il protagonista de ‘La casa dalle finestre che ridono’, che ne Il signor Diavolo interpreta un sacerdote, intricato nella torbida vicenda, messo a tacere da una ricca signora di Venezia, Chiara Caselli, madre del ragazzo tormentato dalle malelingue.

Lino Capolicchio ha detto: “Tornare con Pupi mi riporta molto indietro, l’ultimo giorno  eravamo  a  Comacchio, mi mise una mano sulla spalla e mi disse sono passati 40 anni dalla Casa delle finestre che ridono. Quando ho girato Il Signor Diavolo, ero malato ma non lo sapevo, ho visto la morte in faccia, ma grazie a Dio sono guarito completamente, sono sopravvissuto. Il cinema è una finzione, con Pupi c’è stato un matrimonio artistico, abbiamo fatto 9 film insieme, mentre la vita ti sottopone a delle prove durissime. Devo molto a Pupi”.

A chi ha chiesto se e come il male sia entrato nel film, il regista non ha dubbi. “E’ entrato in modo subdolo, chi ha letto il mio romanzo sa che il finale non era questo che vedrete al cinema. Abbiamo girato un altro finale, che non era previsto dalla sceneggiatura, e che nessuno conosceva nella troupe”.

D'altronde tra i film che hanno ispirato Il Signor Diavolo, Pupi Avati, non ha paura di citare quel capolavoro horror di Roman Polanski, Rosemary's Baby.

Dopo l'uscita del film  i fratelli Avati sono pronti a cimentarsi con un progetto ancora più ambizioso: la biografia di Dante Alighieri.

 

Roma, 23 agosto 2019                   

Salvatore Rondello

Pupi Avati, Il signor diavolo, 2019

Milleitalie > Anno IX - numero 4-5