Libri - Margutta 70

29/06/2019

Note a margine sul libro di Cetta Petrollo, Margutta '70:

curiose coincidenze

           margutta70


          Margutta '70 ci racconta di un decennio che "si era aperto nel cupo cono d'ombra di Piazza Fontana ... e si era concluso con la strage alla stazione di Bologna" (p.99). In questo decennio si srotolano le esperienze di Cetta, studentessa, ricercatrice, scrittrice, bibliotecaria, moglie e madre. Sono ricordi brevi e condensati, che stimolano nel lettore la riflessione personale, che rievocano atmosfere intense, storie comuni, echi di un'epoca piena di entusiasmo, eppure difficile.

            Siamo più o meno coetanee, Cetta ed io, abbiamo dunque vissuto il movimento studentesco, lei al liceo, io già a Lettere, nell'anno in cui la critica spavalda dei giovani all'autorità fece da apripista alle rivendicazioni operaie.

            Sotto la spinta della contestazione fu promulgata, nel 1969, la legge Codignola che liberalizzò le Università e consentì la predisposizione, per il successivo anno accademico, di un piano di studio individuale, diverso da quello previsto dagli ordinamenti didattici in vigore. Nasceva così l'Università di massa.

            L'Università aveva coinciso per me con la scoperta dei "seminari" e del lavoro di gruppo. Si potevano scegliere il tipo di preparazione, dalla più semplice, livello A ... alla più complessa, livello C (p. 35).

            Ricorda bene Cetta questo clima effervescente. Fu così nella facoltà di Lettere, sicuramente nell'Istituto di Letteratura italiana (si chiamavano Istituti, divennero poi Dipartimenti con la legge n. 28  del 21.02.1980) che vantava già uno spirito sperimentalista, ma fu così in tanti altri settori, anche in quelli che si erano caratterizzati per la severità dello studio individuale e per il binomio professore-studente fortemente gerarchico. Ebbene, ovunque ci fu una ricchezza di lavori, di esercitazioni pratiche, di analisi, di sperimentazioni.

            Credo di essermi avvicinata in quegli anni al significato profondo dello studio ... che richiede pazienza e attesa e che può mutare più volte direzione senza mai scomparire (ibidem). 

            Imparammo a studiare in modo diverso e creativo, sotto la guida attenta di giovani professori, quegli stessi che divennero per alcuni di noi, più fortunati, solide amicizie, nonostante la marcata differenza di età. Cetta incontrò Walter Pedullà, io l'archeologa Ida Baldassarre. Attorno a queste figure, democraticamente carismatiche, si formarono gruppi di studenti e quei solidalizi, per Cetta, come per me, resistono ancora oggi alle alterne vicende della vita, con l'affetto di chi sa di avere condiviso esperienze fondamentali.

            Imparammo a frequentare le biblioteche, per approfondire i temi discussi nei seminari e per realizzare le nostre ricerche scientifiche. Cetta scoprì l'Alessandrina (p.34), proprio quella biblioteca che più avanti diresse (pp. 104-105), io la Biblioteca di Archeologia e Storia dell'arte. Interi pomeriggi a cercare libri, prendere appunti, fare sintesi.

            Imparammo a parlare in pubblico (pp.84-87), superando quella timidezza determinata che non si tira mai indietro (p.49)  ... c'erano frasi che ricorrevano costantemente, "nella misura in cui", "non è questo il problema"... la fascinazione nascendo dalla voce della persona e dal mistero iniziatico delle parole (p. 84). Così fu per entrambe, nelle esercitazioni e nel lavoro, per Cetta, nell'attività sindacale e in quella politica, per me, una conquista che portò, soprattutto noi donne, ad avere maggiore consapevolezza di sé.

            Dopo i primi anni '70 il clima cambiò, si trasformò in un indecoroso far niente, anzi far male ..."(p.34), nelle facoltà, nelle scuole superiori, negli uffici. I postumi del Sessantotto apparivano lievi, lieve il fare a meno dello studio, del rispetto, delle regole. Lieve la vita quotidiana dove un rimedio si trovava sempre (p. 34).

            C'era chi insegnava l'arte di fabbricare molotov (p. 30), ricorda Cetta, insegnante precaria in un liceo romano di periferia, chi la guerriglia urbana (p. 32), nelle settimane autogestite, chi si occupava di allestire pranzi alternativi (ibidem), chi di scrivere tazebao, mentre fuori c'era lo spaccio della droga (p. 31). Supplente, anch'io, in un liceo nei pressi dell'EUR, frequentato dai figli di famiglie benestanti, sperimentai nella didattica quanto appreso nel corso che abilita (pp. 97-99), di cui tuttavia conservo, diversamente da Cetta, un ricordo positivo.

            E vennero gli anni di piombo, anni in cui eravamo dentro una tempesta e ne eravamo coscienti ... ma questa consapevolezza era come alleggerita da altre consapevolezze, dalla ricchezza dei rapporti, dalla nascita di quella dimensione collettiva che era il segno di tutta una generazione e che era ormai irrinunciabile, dalla volontà di essere, mai più e da nessuno, eterodiretti (p.100). ... le bandiere hanno accompagnato e come foderato gli anni di via Margutta (p. 37), un rosso memore del socialismo di Giovanni Pagliarani, in una tradizione operaia la cui vitalità si avvertiva nei gesti di ogni giorno (ibidem). Rossa fu la nostra giovinezza, rossi i nostri cortei, rosse le amministrazioni delle più grandi città, rosse le lotte per il riconoscimento di fondamentali diritti civili.

            La nostra vita prese allora direzioni diverse, io sempre più protesa verso l'impegno politico, Cetta sempre più attiva nelle sue sperimentazioni poetiche, nel sodalizio amoroso e intellettuale con Elio e nella sua nuova dimensione di mamma. Ci ritrovammo però, sul finire di quel decennio, assunte dal Ministero per i Beni Culturali come bibliotecarie. L'ispettrice Gnoli fu il mio quotidiano incubo notturno (p. 44). E lo fu anche per me, come tutta la preparazione di quel difficilissimo concorso, il primo bandito dal Ministero appena istituito da Spadolini per bibliotecari della carriera direttiva. All'inizio del 1978 fummo assegnate a due splendide biblioteche nazionali, lei a Napoli, io a Firenze, e cominciammo a viaggiare sui treni tra Roma e il nostro sudato posto di lavoro.

            Ero così felice! Toccare con le mani i volumi ... poter girare liberamente fra scaffali ... poter rispondere con competenza alle domande dei lettori, insomma il significato profondo del servizio pubblico: la fiducia della collettività verso di te che stai lì a proteggerla ... Cosa ci poteva essere di più bello? (p. 102).  Non tutti i dipendenti erano, tuttavia, consapevoli dell'importanza del servizio pubblico; c'era un certo assenteismo, diffuso negli istituti romani più che nelle biblioteche di altre regioni; c'era l'attitudine di alcuni a non assumersi le proprie responsabilità, c'erano anche contrapposizioni preconcette e c'erano, purtroppo a volte c'erano,  inopportune coperture sindacali.

            Quando Cetta arrivò in Alessandrina nel 1987, subentrando ad un periodo di reggenza della bibliotecaria più anziana, era una giovane direttrice dall'aria semplice e sorridente. Fin da subito non fu apprezzata, per una mancanza di empatia di natura snobistica ed anche per una malcelata sottovalutazione delle sue competenze, dovuta a sentimenti ingiustificati di supponenza. Cominciarono subito gli scontri e il clima si fece rovente. Cetta ne parla in uno di quei pochi capitoli in cui fa un balzo avanti nella narrazione, allontanandosi dai suoi anni '70. L'eredità del decennio, con le sue invecchiate deformazioni, me la trovai, dieci anni dopo, in quell'Alessandrina dove avevo studiato da ragazza e nella quale rientravo come direttrice (p. 104) ... Destò scandalo il fatto che io lavorassi sul serio ... glisso sulla follia delle continue riunioni ... sulla malefica saldatura fra i miei superiori e i miei dipendenti (105). Feci parte anch'io dell'opposizione a Cetta, un'opposizione che in una grande parte dei dipendenti fu feroce e senza appello.

            Le cose cambiarono con l'automazione e l'affascinante sfida del web. La modernità di visione di Cetta e la comune passione per il significato più autentico del servizio pubblico mi aiutarono a rivedere criticamente le mie posizioni e a mutare atteggiamento. Con Orazio Converso e due pazze bibliotecarie, Gabriella [D’Amore] e Mirtella, dagli inizi degli anni Novanta cercammo di trasformare la biblioteca in una biblioteca digitale (p. 107). Fummo delle pioniere, nel Ministero e nell'Alessandrina, insieme formammo una squadra che, ancora oggi, da pensionate, collabora con grande soddisfazione. Resta tuttavia l'amarezza di non avere lasciato traccia degli ottimi risultati raggiunti con la realizzazione del sito del libro antico, dedicato all'edizione del Mattioli (I discorsi di m. Pietro Andrea Matthioli … nelli sei libri di Pedacio Dioscoride Anazarbeo della materia medicinale ... In Venetia : appresso Vincenzo Valgrisi, 1568)  decorata da Gherardo Cibo (Rari 278) e del sito interattivo open source della biblioteca, che nacque intorno alla felice intuizione di digitalizzare tutti i cataloghi cartacei in uso nella biblioteca (catalogo per autori fino al 1990, ecc.) e di renderli interrogabili da remoto, prima ancora che la Biblioteca digitale italiana, a cura dell'Iccu, prendesse avvio (un paio di schede progetto sono reperibili in rete, cfr. http://www.milleitalie.it/milleitalie/index.php?it/21/archivio-news/12/il-web-conserva-storie-digitali; recentemente siamo riuscite a rintracciarle tutte, le rendiamo disponibili in PDF, insieme allo schema di ricerca).

            Le successive implementazioni del sito della biblioteca ci garantirono il 9 posto in una graduatoria di 10, stilata da una società che annualmente si occupava di giudicare i siti della pubblica amministrazione; in questa graduatoria non compariva altra biblioteca statale [ricordo Sala Borsa, che è comunale]. Ci fu poi un problema tecnico che determinò l'irragiungibilità di entrambi i siti. Tutto si sarebbe potuto risolvere, se solo ci fosse stata la volontà politica e amministrativa, ma non fu così. Arrivò un'altra direttrice e il problema fu lasciato morire. La cosa importante che devo assolutamente ricordare è che fu la saldatura fra i superiori ... e i sindacalisti ... a portare alla successiva damnatio memoriae e alla perdita di dati e ambienti digitali  ... ma niente venne fatto e questo atto di incuria ... firma la conclusione di un periodo le cui radici si spingono lontano fino agli anni Settanta ...(ibidem). Aggiungo, ai ricordi di Cetta, la discutibile scelta dell'Alessandrina di consentire nel 2017 a un soggetto privato (Aboca edizioni) di realizzare un'edizione facsimilare dei Discorsi del Mattioli, su indicati: una copia molto costosa (€ 690,00), destinata a pochi fortunati. Di ben altro segno "democratico" era il sito del libro antico, consultabile liberamente in rete da tutti!

            Fin qui le nostre curiose coincidenze, negli anni della formazione e del lavoro dipendente. Ma il libro di Cetta è molto di più, ci regala intimità, ci fa entrare in quella splendida casa d'artista affollata di persone, di poeti, amici e di ospiti improvvisi, ci fa vedere i compleanni della Lia, dove troneggiava la grande insalatiera piena di pop corn, e le feste mascherate di mezza quaresima, ci fa conoscere i tanti gatti che entravano ed uscivano, ci parla di un rinfresco per un matrimonio al Comune, per quei tempi una vera rarità, ci fa vedere il rosso della poltrona all'ingresso e il nero della scala di pino, ma soprattutto ci racconta di una bellissima storia d'amore e di "amorosi intenti". Non possiamo che esserle grati di averci fatto parte di tanta felicità. Si sa che i poeti hanno il dono di dire tutto in pochissime parole, flash che illuminano e danno senso al tutto. Allora io mi sento di scegliere due frasi, in questo bel libro di Cetta, che mi hanno molto colpito e che non io avrei saputo scrivere meglio. "quella timidezza determinata"  perché questa è Cetta, per come la conosco, e  "una magnifica solitudine accompagnata" per come meravigliosamente loro, Cetta ed Elio, sono stati insieme.

Mirtella Taloni

  (Cetta Petrollo, Margutta '70, Genova, Editrice Zona, 2019)

Milleitalie > Anno IX - numero 3