Racconti - Piccoli scritti

30/04/2019

Il marciapiede

      Una volta i bambini giocavano sui marciapiedi, quelli che erano proprio sotto le finestre della loro casa e sotto gli occhi di mamme e di nonne che si affacciavano spessissimo. Le mamme e le nonne, che allora erano tutte casalinghe, capivano dal suono delle voci se tutto andava bene, controllavano che i bambini non si allontanassero, guardavano con sospetto i passanti che si fermavano a guardare, davano uno strillo se il gioco diventava violento o se qualcuno tentava di attraversare la strada. Scendevano a giocare quasi tutti i bambini del palazzo, i pochi che non ne avevano il permesso si immalinconivano dietro i vetri della finestra. I marciapiedi erano larghi, non erano come adesso con il parcheggio di motorini e motociclette che occupano spazio e lasciano macchie di olio, e soprattutto non c’erano cacche di cane e odore di piscio perché i cani una volta erano animali costosi, c’era una apposita tassa su di loro, e poche persone erano disposte a pagarla. Per i bambini i marciapiedi erano come la piazza del paese, ci correvano in bicicletta, giravano l’angolo dell’edificio per rincorrersi, entravano nei portoni per nascondersi, sempre attenti a non scendere da quel gradino sotto il quale c’era la strada perché “Non attraversare la strada!!” era il grido che li raggiungeva subito da una finestra.

Sul marciapiede si giocavano giochi bellissimi

Si giocava a campana. Disegnavano con il gesso uno schema per terra formato da otto riquadri numerati e da uno chiamato casa in cima. Gettavano una piastrella all’interno del primo riquadro e poi avanzavano saltellando a piè zoppo, prima con il destro e poi con il sinistro, fino ad arrivare alla casa, e nello stesso modo tornavano indietro. Quando avevano percorso tutti gli otto riquadri, ricominciavano da capo ma stavolta saltellando a gambe divaricate, e poi ancora da capo ma stavolta ad occhi chiusi. E bisognava non toccare con i piedi le linee divisorie dei riquadri altrimenti si veniva eliminati.

Si giocava a palla rimbalzata. Lanciavano la palla contro il muro e prima di prenderla dovevano fare con le mani o con il corpo i gesti della canzoncina che accompagnava il gioco, il tutto senza fare cadere la palla. Erano canzoncine dolcissime, fatte di niente e di luce.

“I tre asinelli che vanno in Egitto, o che tragitto, o che piacere, andare a vedere la stella polare che brilla nel cielo e poi cade nel mare”

Nove per nove, il cuore mi duole. Fai un salto, fanne un altro. Fai la riverenza, fai la penitenza. Guarda su, guarda giù. Dai un bacio a chi vuoi tu”

Si giocava a “marcondirondirondello”, a “Quante belle figlie Madama Dorè”, facendo girotondi e cantando a squarciagola e vinceva quella delle due squadre che riusciva a coinvolgere il maggior numero di bambini.

Adesso sui marciapiedi i bambini non giocano più. Colpa delle macchine parcheggiate strette strette una dietro l’altra, delle motociclette, bestioni enormi che occupano lo spazio dei passanti, delle cacche e delle pipì dei cani che insozzano per terra e impuzzolentiscono l’aria. Ci sono i parchi, i giardini, i dopo scuola, le palestre, le piscine, tutti passatempi bellissimi e salutari anche. Ma il gioco sul marciapiede aveva il sapore della libertà, aveva il gusto della strada, aveva il fascino del proibito, quel gradino dal quale non si doveva mai scendere per non incorrere in sgridate e punizioni.

 

I pennini

     Tanti e tanti anni fa, quando le ragazze portavano i grembiuli neri in classe e gli scolari delle elementari avevano un grosso fiocco bianco sul grembiule azzurro, c’erano i pennini, che erano piccole lamine a punta con una fenditura centrale che si innestavano nelle penne per scrivere e attingevano l’inchiostro. Erano generalmente di acciaio, ma esistevano anche in leghe di oro e di rame, e persino in vetro. I pennini andavano puliti spesso con una pezzetta assorbente, si spuntavano dopo un po’ ed andavano cambiati. Erano il tormento degli scolari perché se si intingevano troppo, oplà, ecco una bella macchia di inchiostro sul quaderno, se assorbivano poco inchiostro veniva fuori una scrittura così leggera che a stento si vedeva. E il dito medio della mano destra, quello che reggeva la penna, era quasi sempre sporco. L’inchiostro era nei calamai, un bell’inchiostro nero o blu, rosso per le maestre che se ne servivano per correggere i compiti. Nelle scuole ogni banco aveva due calamai messi in due fori appositi e questi calamai non dovevano essere riempiti troppo perché altrimenti ad ogni scossone l’inchiostro fuoriusciva macchiando libri, quaderni, banco, pavimento, abiti, le mani no, perché erano già macchiate. Nelle scuole private, dove la retta che si pagava consentiva qualche privilegio, i calamai avevano il coperchio. Ma del resto in quelle scuole era tutto diverso, dal colore delle pareti, bianco anziché verdino, al colore dei banchi, color legno naturale anziché nero.

Poi, a un certo punto, penne e pennino scomparvero per lasciare il posto alla penna stilografica che incorporava l’inchiostro in un cannello o in una cartuccia eliminando il calamaio. Nei banchi di scuola rimasero per lungo tempo i due fori che gli studenti si divertivano a riempire con carta pressata, ma rimasero anche le dita sporche di inchiostro o le macchie sul quaderno perché le stilografiche potevano perdere.

E poi arrivarono le penne biro, docili, morbide, fluide. Le stilografiche restarono appannaggio di qualche nostalgico, ma più spesso di qualche fanatico che teneva alla penna firmata con cappuccio d’oro. La biro rappresentò la fine di un rituale, pulire il pennino, intingere la penna nel calamaio, scrivere piano piano ma con decisione, calcando sulla lettera da evidenziare, indugiando per darle spessore; rappresentò la fine di una scrittura elegante, nitida, pulita, anacronistica nel tempo della fretta e delle corse.

Maria Teresa Petrollo

Anno IX - 2019 - Numero 2