Racconti - Alici a Velletri negli anni '50

30/04/2019

La bianca strada sterrata si svolgeva a nastro in un percorso antico, lungo e sinuoso, prima di arrivare alla provinciale che da Velletri porta a Nettuno; ai lati, le vigne non avevano recinzioni, né cancelli che precludevano l'accesso; i poderi erano piccoli, in questa parte della campagna laziale, essendo il latifondo ormai solo un ricordo molto lontano, di prima che si facesse l'Italia.

Ma negli anni '50 la vita dei contadini era davvero dura. Il paese era stato semidistrutto, trovandosi tra Roma e Anzio e non di rado si rinvenivano ancora ordigni inesplosi nei campi. C'era, si, l'affanno della ricostruzione, eppure, forte era la speranza di un riscatto. Si coltivava la vite e l'ulivo, si allevavano gli animali da cortile, si lavorava come braccianti a ore per quei pochi proprietari che vivevano a Roma. Si tirava avanti, insomma, con dignità e una certa ristrettezza in abitazioni semplici e prive dei servizi igienici; l'acqua sorgiva e piovana, raccolta nelle cisterne romane, serviva per le necessità quotidiane, quella da bere si prendeva alla fonte con le conche di rame, portate sulla testa dalle contadine, in un esercizio d'equilibrio che nessuna indossatrice.

Sono nata qui, tra questi filari di vite, nell'agosto del 1949, accolta da un'ostetrica, da una “mammana” e da una contadina, Angelina, che abitava poco distante. E Angelina è stata il mio nume tutelare negli anni della fanciullezza. Un lampo gli occhi piccoli, neri, mobili e intelligenti sotto una grande fronte sporgente, corpo robusto, fianchi possenti e gambe ben piantate: Angelina non si fermava mai, correndo ovunque, nel curare l'orto, “spicciando” la vite, strappando l'erba per i conigli, andando a lavare il bucato della “signora” di Roma, rassettando la casa, cucinando e governando un marito e tre figlie, ostinatamente volendo per loro un futuro diverso dal suo. E loro l'avevano accontentata, Angelina, scappando dalle fatiche dell'agricoltura, una insegnante, una ragioniera, una impiegata al Catasto. Si, perché nel decennio successivo, le campagne si spopolarono, i contadini iniziarono nuovi mestieri, la coltivazione della vite lentamente ma inesorabilmente sparì. Oggi, a vista d'occhio, solo villette e prati all'inglese, piscine e gazebi, ma allora, allora i filari della vite dipingevano le colline con il verde rame delle foglie. E proprio in quei lunghi e laboriosi anni '50 mi capitò un numero infinito di volte di trascorrere settimane felici con Angelina e la sua famiglia. Una festa dormire con loro, vivere i ritmi della vita contadina, mantenendo sempre, io, la mia condizione privilegiata di figlioccia e bimba di città.

Almeno due volte a settimana Angelina si recava al mercato, in paese, e allora percorreva a piedi, per due km, quella strada sterrata, portando a mano le scarpe che poi indossava sulla provinciale, quando doveva salire sulla corriera. Per la spesa portava con sé una grande borsa di pelle intrecciata marrone e nera; quando comprava tanto, a volte il mais per le galline, allora si serviva della testa, appoggiandovi  un telo attorcigliato a corona, per mantenere in piano i pesi. E poi tornava, di nuovo a piedi scalzi, a casa. Spesso comprava il pesce, l'unico cibo che non poteva produrre da sé: pesce azzurro, il più economico, alici generalmente, ma anche sarde. E allora apparecchiava una bacinella piena d'acqua, sul tavolo, e cominciava con velocità impressionante a spinare il pesce, gettando a terra le lische per i gatti, e buttando le alici nell'acqua, che diventava rossa e torbida. A volte, con un gesto furtivo, portava alla bocca un'alice, ancora con tutte le spine, e la mangiava vorace, spinta da una fame antica che non riusciva a saziare. Angelina, che per  il gusto semplice ed essenziale della vita, finì a soffrire dei suoi eccessi alimentari e conobbe la tortura della moderazione, la tristezza dei vuoti di memoria, il buio nello sguardo.

E mangiavamo sotto la pergola, nelle ore calde dell'estate, le alici che lei aveva cucinato con il pangrattato e i pomodori, le insalate dell'orto e la frutta appena colta. Poi bisognava riposarsi, era un obbligo, per riprendere le forze e tornare ai lavori, loro che si erano alzati prima del sorgere del sole. Non sopportavo quella regola, facevo i capricci, io, bambina viziata e coccolata, figlia dell'ingegnere. Ma non c'era verso e venivo portata nelle loro stanze, con le persiane accostate che facevano filtrare la luce del pomeriggio, nel caldo dei muri e nell'odore dei loro corpi sudati e della terra, un odore penetrante, un odore che ancora ricordo in un'ondata di nostalgia.

Mirtella Taloni

comunione taloni

Velletri, 21 settembre 1957, la prima comunione dell'autrice, tra i genitori.

A destra, in prima fila, Angelina, cui è dedicato il racconto, e suo marito Salvatore Bianchi, dietro di loro, la figlia Fernanda

Anno IX - 2019 - Numero 2