Comitato Europa Roma 17 — Verso gli Stati uniti d’Europa — Politiche di convergenza

28/02/2019

ritorno al futuro

19 maggio 2019 h. 18,00 Biblioteca Elio Pagliarani – via Bragadin 122b – Roma

INCONTRO DIBATTITO Interverrà On Sandro Gozi

 

1 Preambolo

Questo documento si basa sulla nostra convinzione che i problemi italiani di stagnazione economica pluridecennale, di disgregazione sociale e di perdurante crisi politico-istituzionale debbano essere affrontati con riforme interne finora insufficienti, ma che essi non possano essere risolti al di fuori dell’Unione Europea. Nel contempo siamo convinti che lo stato dell’Unione non sia più adeguato ai tempi, che la governance europea sia caratterizzata da una eccessiva rappresentanza degli interessi dei governi nazionali (Eurogruppo), che la politica monetaria della zona Euro non sia comunque sufficiente a dare slancio agli investimenti, in presenza di politiche di bilancio nazionali vincolate al rispetto delle regole stabilite dal Fiscal Compact, che le politiche messe in atto a livello di Unione siano state finora poco attente a perseguire obiettivi di coesione sociale, di convergenza economica tra paesi membri e di sostenibilità dello sviluppo.

A livello europeo sono finora mancate serie politiche di convergenza delle economie e delle società civili dei paesi membri. A questo riguardo bisogna riconoscere che se da un lato l’Unione monetaria ha fatto venire meno la possibilità di riequilibrare le economie dei paesi della zona Euro mediante gli aggiustamenti del tasso di cambio, dall’altro lato la prevalente attenzione data dall’Unione al rispetto dei vincoli di bilancio da parte dei singoli paesi ha finito per scaricare gli oneri dell’aggiustamento solo sui paesi a minor tasso di crescita e ad alto debito pubblico. Ogni altro strumento di riequilibrio economico e sociale tra paesi membri, compresi interventi di solidarietà verso i paesi in difficoltà, è stato finora rifiutato a causa del prevalere degli egoismi nazionali. Ora i partiti che in Europa si ispirano ai principi della socialdemocrazia debbono seriamente e concretamente trovare una base politica comune per superare questa situazione, lavorando alla introduzione di strumenti che redistribuiscano l’onere del riequilibrio economico e sociali tra paesi con tassi di crescita economica divergenti e con tassi di occupazione e disoccupazione anch’essi squilibrati.

Per perseguire questo obiettivo politico sarà necessaria una profonda revisione della dimensione e della struttura del bilancio dell’Unione, sia dal lato delle entrate che da quello delle spese, in modo da rilanciare gli investimenti pubblici di rilevanza continentale, gli interventi per la riduzione delle ineguaglianze e il contrasto alla povertà, le spese per assicurare una maggiore sostenibilità ambientale dello sviluppo e quelle per il governo dei flussi migratori in un’ottica di superamento delle insostenibili regole del trattato di Dublino.

È peraltro possibile che questa prospettiva non sia attualmente condivisa da una parte dei paesi membri. D’altronde l’esperienza storica degli ultimi trenta anni dimostra che una maggiore integrazione tra paesi membri dell’Unione, in particolare tramite politiche pubbliche di convergenza economica e sociale con condivisione dei rischi e delle responsabilità, è di fatto impossibile nell’ambito dell’attuale quadro istituzionale europeo, soprattutto a causa del diritto di veto riconosciuto a ciascun stato membro. Inoltre tutti i tentativi di giungere ad una costituzione europea sono finora falliti per l’opposizione ora di alcuni, ora di altri paesi. Ciò è accaduto anche per il Trattato di Lisbona (2007) che a più di dieci anni dalla sua firma ancora non è stato ratificato da Germania, Polonia, Repubblica Ceca e rifiutato dall’Irlanda.

In questa situazione di stallo i partiti europei che si richiamano alla tradizione popolare e socialdemocratica dovrebbero, a nostro avviso, riprendere l’iniziativa per proporre un nuovo Trattato per la convergenza economica e sociale sulla base di una rafforzata rappresentanza democratica. Questo Trattato dovrebbe entrare in vigore non appena ratificato da un numero minimo di paesi, ad esempio rappresentanti il 60% della popolazione e del PIL, cosi da superare l’ostacolo dell’unanimità degli attuali membri. Pur rimanendo aperti a successive adesioni di altri Stati, i primi firmatari verrebbero a costituire una nuova zona europea di maggiore integrazione e convergenza economica e sociale che si affiancherebbe alle istituzioni esistenti, anch’esse già caratterizzate da partecipazioni differenziate (Unione e Eurozona).

 

2 Le politiche di convergenza economica e sociale

Fondo europeo per la disoccupazione con regole di eleggibilità, di durata e tasso di remunerazione identici per tutti i lavoratori disoccupati di tutti i paesi membri, in modo da superare le grandi difficoltà che hanno finora decretato l’insuccesso dei tentativi di armonizzare i sistemi nazionali di assicurazione contro il rischio di disoccupazione involontaria. A ciascun lavoratore che resti disoccupato i sistemi nazionali vigenti potranno erogare i benefici attualmente previsti oltre le soglie minime europee, in modo che nessun potenziale beneficiario venga penalizzato rispetto a quanto previsto dagli attuali trattamenti nazionali.

Riteniamo che tutti i lavoratori europei debbano sapere che l’Unione interviene in loro favore contro il rischio di restare disoccupati, cosicché è preferibile che il Fondo intervenga direttamente nel pagamento del beneficio minimo europeo per tramite delle istituzioni nazionali competenti per materia, in qualità di agenti pagatori. Per questo motivo, che riteniamo politicamente sostanziale (o essenziale), debbono essere esclusi trasferimenti compensativi ai governi nazionali basati su più o meno complessi schemi di soglie di intervento europeo (ad esempio intensità e durata di recessioni nazionali oppure livello o variazione del tasso di disoccupazione nazionale). Sarebbe, infatti, inappropriato che l’erogazione di un sussidio europeo ai lavoratori disoccupati fosse subordinata a performance macro-economiche di ciascun paese, come inevitabilmente avverrebbe nel caso di applicazioni di soglie di intervento in un sistema di trasferimenti compensativi del Fondo a singoli governi nazionali.

In sintesi, riteniamo che dal lato dei benefici il Fondo debba agire come una vera e propria assicurazione personale contro il rischio di disoccupazione involontaria. Ma non cosi dal lato del suo finanziamento. Infatti, un sistema di finanziamento del Fondo europeo basato su contributi obbligatori a carico di lavoratori e imprese, sebbene logicamente appropriato per uno schema di assicurazione contro il rischio di disoccupazione, produrrebbe limitati effetti di convergenza economica tra paesi. Per questo motivo riteniamo preferibile una soluzione basata su un’imposta europea o su trasferimenti dai singoli paesi in termini di percentuali del loro PIL, fisse o variabili nel tempo in relazione anticiclica, che alimentino il bilancio dell’Unione. Soluzioni di questo tipo offrirebbero migliori possibilità di gestire in modo asimmetrico tra paesi i momenti negativi del ciclo economico. Soprattutto aiuterebbero a compensare gli effetti dannosi del fiscal compact, favorendo la redistribuzione dell’onere del riequilibrio verso i paesi con elevati e permanenti attivi della bilancia commerciale e del bilancio del settore pubblico.

Politiche di armonizzazione fiscale

Anche dal lato delle entrate fiscali sino finora mancate politiche europee di convergenza tra paesi. In questo campo ogni tentativo di armonizzazione è abortito, con conseguenze dannose soprattutto per alcuni paesi all’interno dell’eurozona. Questi, infatti, se da un lato hanno scelto di mettere in comune la loro sovranità monetaria, rinunciando così alla gestione autonoma del tasso di cambio, dall’altro lato non hanno fatto nulla per impedire o limitare politiche di dumping fiscale da parte di alcuni paesi che ne fanno parte. Ancora oggi nell’eurozona è supinamente accettata la presenza di paradisi fiscali.

Mentre nell’Unione sono da tempo vietati gli aiuti di stato alle imprese (sussidi, contributi, ecc.) in difesa dei sacri principi della concorrenza in un libero mercato dei beni e dei servizi, restano accettati regimi di imposizione fiscale sui redditi di impresa assai diseguali. I paesi dell’unione che applicano aliquote basse, di fatto conducono una politica economicamente aggressiva di competizione fiscale ai danni degli altri paesi membri, richiamando investimenti e favorendo la delocalizzazione delle imprese residenti nei paesi a più alta tassazione.

Obiettivi di convergenza economica tra paesi dell’unione, come quelli da noi proposti, impongono di iniziare subito percorsi anche di convergenza fiscale, in primo luogo con riferimento alla tassazione dei redditi di impresa. Su questo argomento condividiamo quanto da tempo proposto da alcuni gruppi di esperti, in particolare tedeschi e francesi (Glienecke Group, Manifesto per la democratizzazione dell’Europa di Piketty e altri) relativamente all’introduzione di un’imposta europea sui redditi di impresa, il cui gettito dovrebbe essere riversato nelle casse dell’Unione.

Questa imposta dovrebbe essere strutturata in modo da perseguire efficacemente due obiettivi:

-          finanziare la spesa comune per l’attuazione delle politiche di convergenza economica e sociale;

-          evitare gli effetti dannosi del dumping fiscale imponendo un’aliquota complessiva (nazionale + addizionale europea) tendenzialmente uniforme tra paesi membri

Per soddisfare il primo obiettivo è necessario fissare un’aliquota addizionale europea, valida per tutti i paesi (ad esempio 10%). Per raggiungere il secondo obiettivo è necessario definire un’aliquota massima di riferimento, anche essa comune a tutti i paesi (ad esempio 10% di addizionale europea + la media delle aliquote nazionali vigenti) e, inoltre, stabilire l’obbligo di convergenza all’aliquota massima di riferimento per tutti i paesi che applicano aliquote nazionali inferiori a quella media europea. Ovviamente i paesi a più alta tassazione resterebbero liberi di abbassare le proprie aliquote in modo che il carico fiscale sui redditi delle imprese non superi l’aliquota massima di riferimento comune.

 

Politiche europee di immigrazione

Il tema dell’immigrazione si è imposto all’attenzione dell’opinione pubblica e sentimenti xenofobi a) hanno conquistato posizioni sia in Italia che in altri Paesi europei, coagulandosi intorno a forze politiche comunemente definite populiste o sovraniste. Le motivazioni di questo accentuarsi di diffidenza e rifiuto verso gli immigrati sono sicuramente molto complesse; tra queste sono forse prevalenti quelle dovute a un progressivo accentuarsi di atteggiamenti di paura, incertezza e diffidenza indotti da un lato dalla globalizzazione e dall’altro dalla modifica della struttura sociale e, in particolare, dal processo di invecchiamento della popolazione. Tuttavia siamo anche convinti che esistano larghe fasce di cittadini europei fortemente a disagio rispetto alle posizioni xenofobe, nonostante le difficoltà a far emergere queste sensibilità.

A livello comunitario il problema è stato affrontato senza un approccio condiviso, sulla base di mediazioni al ribasso tra posizioni differenti. Frutto di questo approccio è il trattato di Dublino che lascia  la responsabilità della prima accoglienza in carico ai Paesi più direttamente esposti (e tra questi l’Italia), solo a causa della loro posizione geografica.  In questo campo la collaborazione e l’assunzione di responsabilità a livello comunitario è stata fortemente condizionata dalle posizioni di singoli Stati che rifiutano un coinvolgimento diretto nella gestione dei flussi.

Riteniamo che proseguire su questa strada sia miope e foriero di conseguenze ancor più negative. Riteniamo anche necessario che la sinistra europea affronti il tema con un approccio sistematico, rispettoso dei diritti umani dei migranti, ma anche delle sensibilità delle popolazioni europee.

Anche su questo tema la nostra proposta è improntata all’attuazione di politiche di convergenza, intesa come condivisione delle decisioni e delle responsabilità.

Il primo livello di intervento dovrebbe porre l’accento su una politica attiva finalizzata alla gestione non demandata ai singoli Stati, ma unitaria e programmata a livello di Unione, dei flussi di migranti per motivi economici. In questo contesto diventa prioritaria la collaborazione con i Paesi di origine dei flussi, mediante interventi mirati al loro sviluppo economico. Dovrebbe essere previsto un budget (ad es: 0,5% del PIL dell’Unione Europea), da destinare ad accordi che prevedano sia il finanziamento di interventi finalizzati allo sviluppo dei Paesi di provenienza, sia un contrasto concreto dell’emigrazione irregolare verso i Paesi europei, sempre nel rispetto dei diritti umani. Sempre con riferimento ai migranti per motivi economici, a noi sembra che l’Unione debba subito creare un sistema amministrativo europeo per la gestione dei flussi, basato su permessi anticipati di entrata e soggiorno con prima destinazione predefinita, anche in connessione programmata con le esigenze del mercato del lavoro dei singoli paesi e in funzione inversa al loro tasso disoccupazione.

Un secondo livello di intervento dovrebbe riguardare l’immigrazione irregolare e i migranti in condizioni soggettive tali da richiedere l’asilo politico. Per fronteggiare tutte le emergenze migratorie sarà necessaria prioritariamente una gestione delle frontiere europee da parte dall’Unione. Si dovrà inoltre garantire una prima accoglienza con standard predefiniti, rispettosi dei diritti umani, con costi a carico dell’Unione. Il riconoscimento di uno status giuridico che dia diritto alla permanenza dovrà parimenti avvenire a livello di Unione (con una assegnazione ai singoli Paesi per quote definite periodicamente), come pure la gestione del rientro nei Paesi di origine. Le politiche a favore dei migranti dovranno essere accompagnate da interventi diretti alle fasce deboli delle popolazioni europee, per evitare situazioni che possano essere qualificate come privilegi a favore degli immigrati.

 

3 . Prospettive politico-istituzionali

Una Europa finalmente federale e unita - gli Stati Uniti d'Europa - è l'obiettivo finale a cui devono tendere le forze politiche progressiste e tutti i cittadini europei amanti della libertà, della pace e del progresso sociale. La presenza di un mercato unico dotato di una forte moneta propria e la contemporanea assenza di un forte Stato federale sono diventati ormai elementi frenanti di tutte le politiche europee, in campo sociale ed economico. I trattati attualmente in vigore, forse gli unici possibili nella situazione politica passata, sono ormai inadatti a rispondere alle esigenze profonde di una popolazione europea disillusa in larghe fasce.

Tra le cause di queste difficoltà politiche dell’Europa non vanno certo dimenticate le gravi carenze di alcuni Stati dell'Unione, tra cui certamente quelle della nostra Italia, che ha colpevolmente rifiutato la riforma istituzionale e trascurato i forti squilibri interni, la lotta senza quartiere alla burocrazia improduttiva, alla corruzione e all'evasione fiscale, nonché l'ammodernamento delle infrastrutture.

Detto questo, bisogna guardare al futuro e portare linfa nuova, adeguata ai tempi che oggi viviamo, affrontando alcune problematiche che a noi sembrano essenziali per costruire, finalmente, una Nuova Unione, nella quale non prevalgano più le decisioni assunte dai governi nazionali, dotata di istituzioni di rafforzata democrazia rappresentativa sovranazionale.

Alcune idee affrontate recentemente da Piketty e dal suo gruppo, le proposte di grande suggestione politica lanciate ultimamente da Macron ai popoli Europei, dimostrano che questa consapevolezza è presente e viva. Il nuovo Parlamento Europeo potrà contribuire alla nascita della Nuova Unione, a condizione che vengano affrontati alcuni tra i problemi maggiori che sono adesso sul tappeto: attuare una decisa convergenza nelle politiche sociali ed economiche, affrontare unitariamente gli aspetti più rilevanti dei problemi comunitari quali, per citarne alcuni, la promozione delle grandi infrastrutture, la difesa dei confini, la gestione dei flussi migratori, l’armonizzazione fiscale, la sostenibilità ambientale.

Con questo documento il nostro Comitato ha inteso avanzare delle proposte concrete, esemplificative di politiche europee per la convergenza economica e sociale. Le vorremmo proporre e discutere in primo luogo con le forze socialdemocratiche presenti in Italia e in Europa. Noi speriamo che la rete dei nostri Comitati sia il primo ambito di incontro e discussione non solo per approfondire i temi specifici da noi trattati in questo documento, ma anche per inquadrarne altri in un progetto di riforma profonda dei trattati e delle istituzioni europee.

 Testo elaborato da Andrea Mancini

Milleitalie > Anno IX - numero 1