Storie precarie

24/06/2011

La ragazza che mi mette lo smalto nelle unghie dei piedi si illumina quando capisce che lavoro al Ministero per i beni e le attività culturali. “Sono una storica dell’arte” dice, “ho lavorato alla Direzione regionale in via di San Michele, ho studiato per anni alla biblioteca di Archeologia e Storia dell’arte di Roma, più spesso in piazza Venezia, più raramente alla Crociera il mercoledì”.
Continua: “sono laureata in Scienze dei beni culturali e cerco di specializzarmi in Storia dell’arte, ho lavorato a progetto, ho collaborato a varie attività di ricerca del Ministero” e giù con una quantità di nomi, di cognomi, i direttori regionali li ha conosciuti tutti da Lolli Ghetti in poi, è una colta, mi parla delle sue preferenze, dei suoi studi, ha gli occhi accesi dalla passione e dall’ambizione. Mi faccio piccolissima, il piede mi si paralizza e non ho il coraggio di chiederle ma come fai a continuare a studiare e a sognare se per vivere stai qui, in questo beauty center quattro volte alla settimana secondo orari e turni che non ti scegli? E come fai ad essere sempre così radiosa mentre incontri per lo più signore sui cinquanta, quelle che si possono permettere, senza togliere niente a nessuno, pedicure e massaggi in un posto centrale, alla moda ma non troppo?
Mi sento ingiusta, facente parte di un mondo ingiusto che lascia che i suoi giovani laureati, con lode e con passione, si adattino a lavori umili e senza sbocco, dal momento che pure per fare l’estetista ci vuole una laurea e dunque questa ragazza non potrà, anche se cambiasse percorso, raggiungere una diversa affermazione professionale. Mi sento ingiusta perché sento a pelle che per lei l’amore per la cultura e per la storia è un’esigenza forte e ha già superato i trenta e dunque non c’è nemmeno l’alibi del lavoretto per mantenersi agli studi.
E penso ad un’altra storia di questo tipo: una catalogatrice, un’esperta bibliotecaria vicino ai quaranta che ha dovuto abbandonare, dopo diciassette anni di lavori a progetto, il mondo delle biblioteche per tornare a riaprire con la famiglia un ristorante e servire in sala e sedersi alla cassa.
Certo a lei è andata meglio, ma i suoi sogni duramente spezzati chi glieli paga?
Il Paese ha un ristorante in più e una quasi estetista in più, ma perde in risorse, cultura, idee, scommesse sul futuro.
Da casi come questi usciamo tutti mortificati e le colpe sono collettive. Non so se questi giovani ci potranno mai perdonare, noi da soli non riusciremo a farlo a meno di non lavorare sodo per spezzare il cerchio perverso che ha trasformato la società italiana in una rigida organizzazione conservatrice dove status sociale e lavori vengono tramandati da padre in figlio senza sbocchi per il merito, l’intelligenza e la creatività di ognuno.

C.P.

Milleitalie > Anno I - numero 3